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Sab, Mar
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Un viaggio affascinate e sincero nel cuore di Papa Francesco: è questo il contenuto del libro-intervista «Il nome di Dio è Misericordia». Un colloquio tra il pontefice della gente ed il giornalista de La Stampa Andrea Tornielli che, con il suo blog Vatican Insider,  è una delle fonti più autorevoli su quanto accade nel cuore della cristianità.

L'anno che stiamo vivendo, si sa, è «Anno santo della Misericordia»: una proclamazione che Papa Francesco ha fatto quasi all'improvviso com'è nel suo stile: franco, umile ma deciso. Eppure questa immagine di Dio, la «Misericordia», il Papa l'ha espressa nella sua prima omelia alla messa mattutina a Santa Marta che è diventata il pulpito da cui Francesco, ogni giorno, evangelizza il mondo e sostiene la vita del popolo di Dio. Era il 17 marzo 2013 ed il brano oggetto della lettura del giorno era quello dell'adultera perdonata che possiamo leggere nel vangelo di Giovanni al capitolo 8. In quell'occasione il Papa fece notare che «il messaggio di Gesù è la misericordia. Per me -proseguì il pontefice - lo dico umilmente, è il messaggio più forte del Signore».

Forse quel giorno i semi del Giubileo vennero gettati.

Da allora il Papa non ha più smesso di spingere la Chiesa su questa strada distinguendo, come dice nel libro, tra l'infinita apertura ed accoglienza che in nome di Cristo la Chiesa deve offrire ai peccatori, ai poveri, agli ultimi. E l'assoluta inflessibilità verso la corruzione (fuori e dentro la Chiesa) che non può essere che sradicata per far tornare al mondo l'ossigeno della speranza che si concretizza nell'amore per la vita.

Così «la Chiesa non è al mondo per condannare, ma per permettere all'uomo l'incontro con quell'amore viscerale che è la misericordia di Dio. Perché ciò accada è necessario uscire. Uscire dalle chiese e dalle parrocchie, uscire e andare a cercare le persone là dove vivono, dove soffrono, dove sperano». E' questo il cuore di Dio che Gesù ha rivelato.

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PAPA FRANCESCO, Il nome di Dio è Misericordia, una conversazione con Andrea Tornielli, Piemme, 113 pagine, 15 euro.

Ettore Giribaldi

La nostra civiltà alimentare, culla della ben nota  dieta mediterranea,  per secoli ha posato le basi sul consumo delle leguminose, fave e ceci in particolare. I semi di queste piante, raccolti ed essiccati dai contadini per la lunga conservazione dell’inverno, sostituivano le costose carni ed erano una grande risorsa quando i campi e l’orto non producevano più. Così, oggi, nei ricettari italiani abbondano piatti regionali di minestre e zuppe, ma anche di farinate e frittelle, che utilizzano i ceci come ingrediente principale.

Il cece, o Cicer arietinum, è antichissimo, noto già a Egizi e Greci. Il nome Cicer deriva dal greco kikus, ossia forza,  potenza, poiché gli si attribuivano virtù afrodisiache. Il termine Arietinum invece viene dalla particolare forma a testa d’ariete.

I Romani ne erano grandi estimatori, e coltivavano tre varietà, bianchi,  rossi, e neri. Li consumavano abbrustoliti, acquistandoli dagli ambulanti per le strade di Roma, oppure in zuppe e creme, o anche in insalata, come raccomanda Apicio “fagioli e ceci li servirai conditi di sale, cumino olio e poco mosto cotto”.  Era un cibo plebeo, ma non disdegnato da persone di rango come l’avvocato Cicerone, il cui soprannome gli derivava da un brutto neo sul viso, simile a un  cece. 

Nel Medioevo i legumi erano sempre presenti nella dieta contadina, come ottima fonte di energia, da consumare in zuppe di ortaggi arricchite da frattaglie o pezzi di lardo. In tempo di Quaresima, ci si accontentava di cuocerli in brodo con cipolle ed erbe aromatiche, oppure ridotti in polvere per farne polente, pani e torte agrodolci. Con la scoperta delle Americhe i ceci furono soppiantati lentamente dai fagioli, tuttavia possiamo ancora recuperare dalla tradizione italiana antiche ricette per utilizzare un così prezioso legume. Il Piemonte ci regala la cisrà, minestra di ceci neri, cotiche di maiale e ortaggi, mentre la tradizione ligure, oltre alla gloriosa farinata, ci tramanda la mes-ciüa una zuppa spezzina a base di ceci, fagioli, grano, da condire con buon olio e pepe. Dalla Lombardia  arrivano i ceci con la tempia di maiale  zuppa tipica del giorno dei Defunti a base di ceci, cipolla, carota, sedano e testina di maiale, oggi sostituita dalla più magra lonza. In Toscana i ceci sostituiscono il pesce nel cacciucco alla toscana, cotti con biete, aglio, cipolle e salsa di pomodoro, serviti caldi con fette di pane toscano “sciocco” e pecorino grattugiato. Al Sud, in Puglia e Basilicata specialmente, le minestre si valorizzano con l’aggiunta di peperoncino e pasta di grano duro, a forma di sottili lasagnette dette lagane o tria. Infine, non manca il gustoso minestrone di ceci della Sardegna: si lasciano i legumi secchi in ammollo per 24 ore, poi si lessano con cardi, sedano, cipolla e carote, tritati fini. A parte, si soffrigge un battuto di cipolla, prezzemolo, pomodoro, lardo e cotenna di maiale a fettine. Si aggiunge il tutto ai ceci cotti, si cuoce ancora un’ora. E’ da gustare caldissimo con pane abbrustolito, per riscoprire un antico piatto corroborante ed energetico.

Maria Cristina Grassi