Il mese scorso ha avuto luogo una manifestazione in tutte le scuole torinesi e delle città limitrofe:
un unico grande gruppo non frenato dalla paura, ma libero di esprimere le proprie perplessità. Nella lista comparivano anche i due istituti superiori della città di Nichelino: l’Erasmo da Rotterdam e il J.C. Maxwell. “C’è stata una prima giornata in cui abbiamo fatto una sorta di occupazione, ma decisamente poco organizzata - chiarisce Francesco, rappresentante del Maxwell - Ci siamo riuniti e poi abbiamo deciso di riproporla in modo più preciso. Un’occupazione da intendere come manifestazione pacifica. Abbiamo espresso i nostri diritti e abbiamo voluto mandare un messaggio, organizzando attività senza distruggere la scuola o senza creare problemi all’istituzione”. Occupazione come espressione di un disagio. come modalità temporaneamente adottata per richiedere uno spazio di dialogo e di condivisione, per una cooperazione nemica dell’imposizione.
Questa volta protagonista è stata la scuola nel clima di instabilità derivato dalla pandemia. Si tratta di un’instabilità a cui sono correlati vissuti carichi di ansia, di demotivazione, di distress, di isolamento, di rabbia e di tristezza. Gli studenti necessitano di accrescere la propria fiducia nel mondo, lo stesso a cui si attribuisce il compito di sostegno dei giovani in formazione. La scuola in qualità di contesto extra-domestico è il primo ambiente esterno alla famiglia in cui strutturare la propria identità. La scuola deve lavorare per il bene del Paese, ma è importante che non sia lasciata sola. Deve saper riconoscere i bisogni e rimanere riconoscibile in qualità di “luogo di vita” fondamentale.
Che cosa ha spinto molti studenti a chiedere nuovi spazi?
“Quanto è accaduto a Lorenzo Perelli sull’alternanza scuola-lavoro ci ha fatto riflettere, così come l’inserimento della seconda prova d’esame che, aggiunta così all’ultimo momento, ci ha lasciati scossi - spiega il rappresentante degli studenti - Con questa mobilitazione i ragazzi si sono parlati, è venuta fuori la sensazione generale che anche noi, come istituto, avremmo dovuto farci sentire. Sicuramente almeno la metà degli studenti ha aderito. I ‘primini’ e i ‘secondini’ sono meno toccati dal problema, ma stiamo lavorando per il loro futuro”.
Estremamente rilevante, a fronte dell’importanza che la scuola ricopre per l’adolescente, è stata la percezione di vicinanza da parte del personale scolastico: “La Preside stessa ci ha appoggiati, anziché andarci contro. Ha dimostrato il suo rispetto permettendoci di organizzare il tutto in modo tranquillo. Ci ha fornito anche contatti: abbiamo chiamato l'Assessore all’Istruzione e con alcune testimonianze di giovani abbiamo affrontato temi quali il precariato del lavoro, la situazione pandemica, lo stato dell’ambiente”.
Se da un lato una grossa fetta della popolazione studentesca ha deciso di aderire all’occupazione, un’altra parte ha preferito non farlo. Questo gesto è stato percepito come una spaccatura? “Inizialmente la paura è stata quella che tale manifestazione potesse trasformarsi in un caos generale. Una volta realizzato il vero obiettivo la paura è svanita, è stato permesso a chi voleva di continuare a frequentare le lezioni, dando priorità soprattutto alle quinte. Nei due giorni di manifestazione sono stati proposti momenti di orientamento universitario, così da non intralciare nessuno ed evitando di far sentire qualcuno minacciato”.
Il ritrovarsi ascoltati all’interno della propria scuola è stato un rinforzo sicuramente positivo.
“In mezzo a tutti gli altri studenti ci siamo sentiti uniti. Alla fine siamo tutti ragazzi che vogliono la stessa cosa: un luogo in cui poter parlare apertamente”. La “battaglia” per il proprio futuro che mostri pubblicamente una generazione di giovani post pandemia scossa dall’incertezza non è ancora terminata. Questo è stato uno dei primi passi e come dice Francesco: “La nostra speranza è quella di essere ascoltati: il nostro “caos” lo abbiamo fatto, gli articoli sul giornale sono usciti, noi ragazzi ci stiamo facendo sentire dentro e fuori dalle scuole. L’unione fa la forza”.
Lorena Viale