21
Lun, Gen
61 New Articles

In questi mesi mi è stato chiesto, da parte di alcune realtà ecclesiali ma anche laiche, di presentare una sintesi dell’ultima enciclica di Papa Francesco, la Laudato si’, che  ha suscitato grande entusiasmo ma anche forti critiche.

Al mio intervento premetto normalmente una domanda: “Questa, secondo voi è un enciclica ecologica?” Le risposte sono più o meno divisibili al cinquanta per cento, sì e no. A me piace però aggiungerne una terza: “anche”.

La Laudato si’ è anche un documento che sottolinea come la vita sia relazione, incontro, comunione. Una relazione tra gli uomini, con Dio e con il creato: tutto è in relazione e la radice del male è la frattura di questa originaria armonia voluta dal creatore per il bene della sua creatura. Si può quindi affermare che Papa Francesco, anche con questo enciclica, richiama tutti ad una vera e propria condanna di ogni forma di individualismo. E’ questo il vero male che affligge oggi l’umanità sempre più divisa e conflittuale. L’unica cura possibile è la diffusione di un rinnovata “ecologia umana”.

La Quaresima di questo anno giubilare può essere una provvidenziale occasione per riscoprire il progetto di Dio sulla natura e sull’uomo, chiamato a vivere in comunione e in una relazione di vicendevole collaborazione e solidarietà: “non è bene infatti che l’uomo sia solo”, come ci viene narrato dal famoso racconto della Genesi.

A patire di solitudine non sono però solo i soliti noti: poveri, anziani abbandonati dai familiari, giovani vittime della crisi occupazionale che poco per volta spegne ogni forma di desiderio e di comunicazione.

Oggi ci sono anche le solitudini dei potenti o quelle delle vittime di un modello economico-sociale che celebra la liberazione dai legami come conquista della civiltà, promettendo un’altra felicità e sostituendo le persone con le merci. Eppure  lo sappiamo bene che la ricchezza che non può essere condivisa non sazia, non appaga il nostro cuore.

Vale quindi la pena riscoprire il monito del Qoelet: “Meglio due di uno solo, perché c’è un salario buono per la loro fatica”. L’unico salario buono è quello che può essere condiviso. Il senso vero della fatica del lavoro è avere qualcuno che attende il nostro salario. Il salario senza un orizzonte più grande dell’io è un sale senza massa da insaporire. L’accumulare ricchezza senza che ci sia qualcuno che con questa ricchezza deve crescere, abitare, studiare, essere curato, è cibo che non sazia, anche quando consumato nei ristoranti a cinque stelle.

Il nostro tempo sta perdendo il giusto tempo del lavoro (con giorni e orari sempre più allucinanti!) , anche perché ha spezzato il legame tra lavoro e famiglia. Quando i figli non ci sono, quando l’orizzonte del lavoro è troppo corto, è difficile trovare la gioia e la felicità.

Questa nostra società punta a creare persone senza legami forti di appartenenza e quindi senza limiti di orario e di spostamento. Sono questi i dirigenti ideali delle grandi multinazionali. L’offerta di nuovi beni e servizi per accompagnare le solitudini sta diventando ampia e sofisticata con la vendita di beni pseudo-relazionali. Produciamo persone sempre più sole e produciamo sempre più merci per saziare solitudini insaziabili.

La vita non funziona se si è soli. Quando restiamo soli siamo fragili, vulnerabili, miseri. Abbiamo costruito contratti, assicurazioni e coperte termiche per poter fare a meno dell’altro e così abbiamo dato vita alla più grande illusione collettiva della storia umana: credere di poterci rialzare, proteggere e scaldare da soli.

Approfittiamo della Quaresima per riscoprirci veri fratelli.  E spendiamo questi giorni anche a chiedere ad imprenditori e manager: “perché lavorare in pochi, in tempi e con modalità cosi antiumane? Perché lavorare alla domenica, a Natale e Pasqua, fino a mezzanotte e a ritmi di doppi  turni? A chi serve questo genere di lavoro?”

Una domanda che può essere l’inizio di una vita nuova.

Don Gian Franco Sivera

Parroco Madonna della Fiducia e San Damiano