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Nevè Shalom e Wāħat as-Salām

Etica
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Come si legge in Wikipedia, Nevè Shalom, conosciuto anche come Wāħat as-Salām, è il nome in ebraico e in arabo per indicare un villaggio cooperativo abitato da arabi palestinesi ed ebrei israeliani.

Entrambi i nomi significano "oasi della pace", in quanto il villaggio è nato con l'obiettivo di dimostrare che è possibile la coesistenza pacifica tra ebrei e palestinesi. Sorge a meno di un’ora da Gerusalemme sulle dolci colline del monastero trappista di Latrum.

Qui vivono insieme, dal 1972 e nel quadro di una assoluta parità numerica e politica, israeliani e palestinesi. Tutto nacque da una idea di padre Bruno Hussar, religioso cattolico dalle quattro identità: arabo perché nato in Egitto, ma cittadino israeliano, ebreo per nascita, ma cristiano per conversione. Camminando e pregando per quelle colline padre Bruno concepì il sogno di un villaggio integrato, che esprimesse concretamente la possibilità di coesistenza e condivisione tra “i nemici” israeliani e palestinesi.

Sin dall’inizio ogni volta che riesplodeva il conflitto su padre Bruno cadeva l’accusa di essere un visionario irresponsabile, ma oggi Nevè Shalom-Wahat al as Salam è una realtà fondata sulla scelta di decine di famiglie di vivere nel dialogo e nel pluralismo. Non a caso l’iniziativa più importante è la scuola materna ed elementare bilinguistica e biculturale. La affianca una “scuola di pace”, un centro di formazione al dialogo interculturale da cui ogni anno passano centinaia di giovani sia israeliani che palestinesi.  Lo staff è composto da arabi ed ebrei, esperti in materie scientifiche o letterarie. Su una collina è la Casa del Silenzio (Beit Dumia - Bayt Sakina), luogo di riflessione, meditazione e preghiera. Attorno alla minuscola casetta in legno, che fu di Padre Bruno, sono cresciute decine di abitazioni e le richieste di andare a vivere lì sono in continuo aumento.

Come tutti i villaggi anche questo ha un cimitero. Ci sono solo due tombe: quella di padre Bruno e quella di Tom Kittain, morto a 20 anni nel corso di una esercitazione militare ai confini col Libano. Strano e violento paradosso: il primo figlio nato nel villaggio della pace è stato il primo a morire con una divisa militare addosso. Racconta Daniella, sua madre: “quando nacque ero felice, ma ricordo anche che piansi, perché sapevo di mettere al mondo un figlio che avrebbe rischiato di morire in guerra. È accaduto ed ho pagato al conflitto il mio prezzo. Sulla mia pelle mi sono convinta ancora di più che per i nostri figli l’unica sicurezza è la pace. Per questo resto a Nevè Shalom-Wahat al as Salam”.

Marcello Aguzzi