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Perchè il suicidio assistito si pone contro i valori della Costituzione

Etica
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Il Consiglio Regionale del Piemonte ha deciso di sospendere la discussione sulla proposta di legge per regolamentare l’accesso al suicidio assistito, con l'adozione della «questione pregiudiziale di costituzionalità». 

Si tratta di uno strumento utilizzato quando si ritiene che una norma possa essere in contrasto con la Costituzione, ad esempio per dubbi sulla competenza del Consiglio Regionale sull’argomento trattato. Il Presidente del Consiglio regionale, Stefano Allasia, ha motivato la sospensione della discussione sostenendo, a nostro avviso correttamente, che il suicidio assistito richiede una regolamentazione uniforme a livello nazionale.

Il contesto si inserisce nella più ampia discussione del suicidio assistito in Italia, dopo la sentenza della Corte costituzionale 242 del 2019 (caso Cappato/Dj Fabo) che ha sollecitato il Parlamento a regolamentare la pratica. 

In assenza di una legge nazionale, diverse Regioni stanno cercando di adottare normative autonome sul suicidio assistito. Su tale fronte è molto attiva la lobby dell’Associazione radicale Luca Coscioni, attraverso il deposito di leggi di iniziativa popolare per una regolamentazione del suicidio assistito come prestazione delle Asl. Ciò è avvenuto anche in Piemonte, ma il provvedimento – come si è visto - è stato bloccato dal Consiglio regionale, che ha dichiarato la sua non competenza in materia.

Il tema è certamente assai delicato e tocca questioni fondamentali. Vediamone alcune. Può uno Stato che deve garantire le cure, ammettere allo stesso tempo la legalità di un suicidio assistito, fornito peraltro dalle stesse strutture che dovrebbero occuparsi della cura dei malati (le Asl)? Non si tratta di una contrapposizione di intenti?

In un periodo storico in cui la cultura liberista impera, ove tutto è considerato alla stregua di una merce e valorizzato al solo titolo economico, non vi è il rischio che il suicidio assistito diventi strumento di selezione tra chi è giudicato degno di vivere ed essere curato e chi non ha più «valore» e pertanto diventa «scarto», «vita indegna» di essere curata?

Il tema appare scottante, soprattutto se consideriamo la carente implementazione delle cure ed il ritardo cronico nell’erogazione delle prestazioni da parte del Servizio sanitario, quali visite ed esami di laboratorio, ma anche interventi chirurgici ed i ricoveri di lungo termine per i malati non autosufficienti. Per non parlare delle cure palliative, la cui erogazione copre meno della metà delle necessità, nonostante siano un Livello essenziale delle prestazioni.

Ora, se la scelta del suicidio assistito deve essere innanzitutto una scelta libera, come peraltro dicono anche i promotori, ossia presa senza condizionamenti, può essere libera la scelta del suicidio assistito quando i malati non ricevono cure adeguate? 

È innegabile il rischio di scegliere l’eutanasia come «via di fuga». Un’opzione dettata dalla disperazione, dalle mancate cure, dai diritti negati e persino dal peso economico della malattia in contesti familiari già fragili. 

La vita possiede intrinsecamente una sua dignità, indipendentemente da qualsiasi ideologia o convinzione religiosa. È dunque fondamentale impegnarsi a tutti i livelli per assicurare cure adeguate. Si tratta del primo dovere dello Stato e di ogni medico. 

L’impegno della società e del Servizio sanitario dovrebbe pertanto essere quello di creare adeguate condizioni, per evitare una domanda di suicidio assistito in favore di istanze di accompagnamento verso una fine dignitosa della vita.

Sul tema poi è bene non cadere nelle trappole retoriche del «non ci sono soldi», la cui inconsistenza viene alla luce se si pone attenzione al fatto che per la Sanità è sempre «emergenza risorse», mentre vi sono invece settori della spesa pubblica che non soffrono crisi e per i quali le risorse «si trovano» sempre con straordinaria rapidità. Si può fare pertanto anche per le cure: basta volerlo.

Giuseppe D'Angelo

UTIM Nichelino