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Wyszynski, un grande del '900

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Doveva svolgersi l’anno scorso la cerimonia di beatificazione del cardinale Stefan Wyszynski, ma a Varsavia l’evento,

a causa della pandemia, è stato posticipato a questo 12 settembre 2021. 

Primate della chiesa polacca durante il regime comunista, nel periodo dal 1948 al 1981, il cardinal Wyszynski può essere annoverato senza ombra di dubbio tra i massimi avversari delle ideologie che insanguinarono il Novecento.

Nella sua Polonia sperimentò l’oppressione prima del Nazismo e poi del Comunismo. All’ombra del gigante Wyszynski crebbe il vescovo Karol Wojtyla, pressoché sconosciuto in occidente fino all’elezione al soglio pontificio. “Toccherà a te transitare la Chiesa nel terzo millennio”, gli disse. Morì nel 1981 a pochi giorni di distanza dall’attentato a Giovanni Paolo II.

L’indomito Wyszynski con la sua fede granitica attraversò tutte le tempeste. Come ricorda padre  Zbigniew Suchecki, postulatore nel processo di beatificazione nella fase diocesana, “gli avversari hanno fatto di tutto per piegarlo e non ci sono riusciti. Lo hanno arrestato, incarcerato e, senza alcun processo, per tre anni è stato privato della libertà, della possibilità di comunicare con i suoi fedeli, sottoposto a una sottile e distruttiva tortura psicologica, ma non ha mai ceduto. Ai confini della Polonia c’erano le truppe sovietiche pronte a invadere la nostra nazione. Bastava una scintilla, un pretesto qualunque per provocare l’irreparabile. Ma Wyszynsky riuscì a gestire la difficile situazione, sacrificando se stesso, ma senza cedere mai a nessuna richiesta che mettesse in discussione i diritti di libertà della Chiesa”.

Proveniente da una famiglia poverissima di un piccolo villaggio a 100 chilometri da Varsavia, in gioventù ebbe gravi problemi di salute. Stefano Wyszynski riuscì con difficoltà a proseguire il percorso verso il sacerdozio. Una volta ordinato prete dopo qualche anno sopraggiunsero tempi tremendi. Nel 1939 i nazisti invasero la Polonia.  Migliaia di sacerdoti e religiosi furono internati nei campi di concentramento. Anche il vescovo della diocesi in cui si trovava Wyszynski, a quel tempo giovane prete, fu deportato in Germania e, dopo una tremenda agonia, fu ucciso con una iniezione di cianuro. Il futuro cardinale sotto il nazismo operò in clandestinità e divenne cappellano dei partigiani polacchi con il nome in codice di “Suor Cecilia”.

Finita la guerra, Papa Pio XII lo nominò vescovo prima di Lublino e poi della capitale Varsavia. Ma insieme alla ricostruzione post bellica per il popolo polacco iniziò subito un’altra stagione di dittatura. Dopo la destituzione di Gomulka, l’orbita stalinista dell’Unione Sovietica si fece più stringente ed asfissiante. A Wyszynski fu persino impedito di recarsi a Roma per ricevere la berretta cardinalizia o meglio gli fu detto che, una volta uscito dai confini nazionali, non avrebbe più potuto rientrare in Polonia. Lui scelse di restare accanto al suo popolo.  Intanto il governo per legge aveva avocato e sé il potere di nomina di vescovi e parroci. Il cardinale si oppose con tutte le sue energie, ma dopo un estenuante braccio di ferro e un duro discorso davanti a 200.000 fedeli fu spedito in carcere senza processo, fino agli spiragli aperti da Kruscev a Mosca.   

La beatificazione del card. Wyszynski viene a coronare il formidabile legame con San Giovanni Paolo II.

Una santità fondata su una solida roccia: “Le virtù teologali: fede eroica, speranza grande e carità immensa – sottolinea il postulatore padre Suchecki - Nel cuore di Wyszynski non c’era neppure l’ombra di un sentimento che non fosse amore, anche verso i suoi persecutori. E all’esercizio costante di queste virtù va aggiunta la sua immensa devozione alla Madonna. Un amore concreto, commovente, che gli veniva dalla profonda conoscenza teologica del mistero mariano”.

Cfl