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Sab, Lug
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- Bibbia per tutti - Epidemie e Rsa...

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In questi mesi abbiamo spesso ascoltato parole come quarantena, pandemia, contagio… e R.S.A per malati e anziani.

Qualcuno ha fatto paralleli con la peste di manzoniana memoria  e con l’epidemia di spagnola del secolo scorso… ma la Bibbia?

Ci sono spunti nel libro sacro che possono ricordare l’attualità?

Papa Francesco ha paragonato “questa epidemia come un diluvio” ricordando i tempi di Noè: “farò piovere sulla terra per 40 giorni” (Gen. 7.4). E’ la prima quarantena conosciuta: otto persone su una barca, senza alcun contatto con gli altri, che si salvano dalla distruzione. Il termine quarantena, oggi così usato, deriva proprio dalla Bibbia e non si riferisce solo a Noè, ma ai 40 giorni che Israele passò nel deserto dopo la liberazione. “Mosè rimase sul monte per 40 giorni” (Es. 24,18) per ricevere le tavole della legge. Il re Davide regno per 40 anni (2 Sam. 5,4). “Il profeta Elia camminò e dimorò nel deserto per 40 giorni” (1 Re 9,19) così farà Gesù (Mt 4,1) quando dopo il battesimo viene tentato nel deserto  è “Gesù si mostrò ad essi vivo, dopo la sua passione per 40 giorni apparendo loro e parlando del regno di Dio…” (Atti 1,3).

Nella Bibbia la quarantena (40 giorni) di solito indica un tempo stabilito da Dio per la conversione, per farsi conoscere dagli uomini, per attuare la sua volontà, per farsi amare ed indicare una strada.

Un’epidemia improvvisa, inaspettata e mortale come il Covid 19 è raccontata dalla Bibbia. E’ un avvenimento così importante che è narrato 3 volte, nel libro di Isaia, nel secondo libro delle Cronache e nel secondo dei Re. La città di Gerusalemme è assediata dall’esercito assiro, siamo intorno al 700 a.C, il re Giudeo Ezechia e i cittadini sono allo stremo, mancano cibo e acqua. Gli assiri aspettano per entrare in città senza combattere e deportare tutti. Il re Ezechia decide di arrendersi, ma il profeta Isaia interviene e dice: “il re d’Assiria non entrerà in questa città, né lancerà una freccia… ritornerà per la strada da cui è venuto”. Quella stessa notte “l’angelo del Signore colpì l’accampamento degli Assiri facendo morire 185.000 soldati. Il re d’Assiria levò le tende e fece ritorno a Ninive”. Come riferisce lo storico greco Erodoto l’esercito assiro sarebbe stato invaso dai topi che avrebbero provocato un’epidemia o la peste nell’accampamento.

La peste era la malattia più temuta nell’antichità insieme alla lebbra: due morbi molto infettivi che prevedevano misure di sicurezza e il distacco dalla comunità per chi ne era colpito.  Si legge in Levitico 13,15-16 “il lebbroso colpito da piaghe porterà vesti strappate e il capo scoperto, sarà velato fino al labbro superiore (n.d.r. … le mascherine già allora!) e andrà gridando impuro! … Se ne starà solo, abiterà fuori dall’accampamento”.

Per evitare il contagio anche allora c’era l’isolamento che terminava con particolari riti di purificazione. Questi riti di purificazione duravano 8 giorni dopo i quali l’ex malato poteva rientrare a contatto con gli altri.

In caso di epidemia non si doveva guardare in faccia a nessuno, l’espulsione valeva per tutti: Si legge nel libro dei Numeri: “Maria, sorella di Mosè ed Aronne era lebbrosa, bianca come la neve… Mose gridò al Signore ‘Dio  ti prego, guariscila!’  Ma il Signore rispose: sia isolata fuori dall’accampamento!”. Il popolo non riprese il cammino  finché Maria non fu riammessa. Un altro esempio lo troviamo nel secondo libro dei Re (15,1-5): “Azaria divenne re di Giuda, regnò in Gerusalemme 42 anni (da 781 al 740 a.C) poi divenne lebbroso e fino al giorno della sua morte abitò in una casa di isolamento”.

Anche allora c’erano reparti di terapia intensiva e residenze sanitarie per anziani o malati gravi. Lazzareti o luoghi in cui venivano lasciati infermi o persone non autosufficienti erano presenti anche nell’antichità. Lo stesso Gesù ne fa esperienza: “Salì a Gerusalemme. Là presso la porta delle pecore vi è una piscina chiamata in ebraico Betzadà con cinque portici sotto i quali giaceva un gran numero di infermi, ciechi, zoppi e paralitici” (Giov. 5, 1-3).

Betzatà è il nome di un quartiere a nord di Gerusalemme, scavi recenti  hanno permesso di ritrovare  le rovine di questo luogo con una piscina larga 50 metri e larga 96 (all’incirca una piscina olimpionica…) I greci la trasformarono in un santuario con acque termali, dedicato al guaritore Serapide, un semidio, e così fecero i romani. Betzatà significa fosso-fenditura, Giovanni invece dà un significato diverso a questo luogo: il nome deriverebbe da “beth” (casa) ed “hesed” (misericordia), cioè “casa della misericordia” che ci ricorda tanti ricoveri, case di cura,  RSA nonché lo stesso Cottolengo.  È il luogo, per Gesù, in cui sono stipate quelle pecorelle più amate dal Padre: gli esclusi, gli infermi (Giovanni usa il termine greco di  “asthenounton”, cioè non autonomo, senza guida), le persone abbandonate, i disabili senza libertà di movimento, i paralitici (“xeroi” in greco, cioè disseccati, senza vita), persone senza più voglia di vivere. Qui Gesù, infrangendo la legge del Sabato, compirà  una guarigione che porterà luce, speranza, vita e fede in quel luogo di esclusione  e allontanamento verso coloro che sono abbandonati.

Buona Bibbia e buone vacanze serene a tutti.

Enrico de Leon