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Dom, Set
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Cosa ci hanno insegnato questi mesi

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- di don Fabrizio Ferrero -

Uno dei frutti che la pandemia ha prodotto nella nostra comunità è stato quello di avere sfrondato molte relazioni superficiali, e avere permesso al contrario di approfondirne altre.

Affrontare insieme limitazioni e timori e avere esplorato nuove forme di sostegno ci ha permesso di assaporare che cos’è una vera comunione. Ci ha anche spronato a fare chiarezza su quella vissuta con il Signore. In effetti, là dove la morte ha bussato alla porta e dove paure e difficoltà hanno preso il posto della spensieratezza, la fede è stata sperimentata da molti sotto un’altra luce. Ha fatto tornare a riflettere sulle parole di Gesù all’ultima cena: “Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla” (Gv 15,5). Abbiamo re-imparato che la comunione esige tre cose: attingere ad una presenza, interiorizzare la vicinanza e confrontare la vita.

In effetti, a molti non è sfuggito, assistendo a celebrazioni in TV, che il mezzo di comunicazione influisce sulla percezione: se non si sta più che attenti, è facile scambiare un incontro per un film, e finire con ingenuità per guardare a Gesù come a uno di quegli idoli di cui si custodisce in casa un poster. Ma prendere Gesù come ‘esempio’, per trarne ispirazione; guardarlo come una star del campionato di etica, per tentare di imitarne lo ‘stile di vita’, non è ancora vivere in comunione con Lui. Nell’ora della prova la fede si rivela fragile se non attinge alla sua vera presenza. Ed è perché i modelli stanno fuori di noi. Possono essere così lontani da camuffarsi in miti. Così lontani da non comunicare forza. Così lontani da sembrare irraggiungibili e alimentare piuttosto una sottile disperazione a motivo della solitudine. Al contrario, la comunione è presenza dell’altro nell’io: è come una linfa – per riprendere la parabola di Gesù – che alimenta la vita in noi.

Ma c’è di più. Non basta una reale presenza: la comunione esige un’apertura del cuore, che accolga e interiorizzi. Non è forse vero, infatti, che fin da piccoli si è vista in chiesa la figura di Gesù morto sulla croce? Non è forse vero che per almeno sei anni a catechismo si è sentito parlare del Vangelo come buona notizia del Figlio di Dio, fatto uomo per la nostra salvezza e risorto da morte? Eppure proprio quando la morte ha bussato alla porta ed è stato richiesto un supplemento di speranza, è stato difficile per molti vedere un senso personale in quelle notizie.

Fino a quando non si apre la porta del cuore per calare nella propria situazione gli articoli di fede, Gesù resta il vicino, non l’intimo. Di Lui si possono magari apprendere molte cose, ma è altra questione concedergli di diventare il Signore della propria vita. C’è un salto tra informarsi e diventare discepoli. 

Attingere ad una presenza e interiorizzarla sono le azioni di un’amicizia. Per questo Gesù all’ultima cena ha chiamato i suoi non più servi ma amici, e nell’unità realizzata dal sacramento dell’eucaristia li ha messi a parte della sua visione, della sua speranza, del suo amore, della sua stessa presenza. “Fate questo in memoria di me”: è nella preghiera e nei sacramenti (che se vissuti veramente si traducono in opere di carità) che Gesù ha mostrato la vera forma della sua comunione.

Viste in questa luce – sia detto per inciso – molte richieste di celebrazioni, avanzate con garbo ma in stile ‘negozio’, mi lasciano perplesso. Spesso ho l’impressione che sulla scorta di incentivi statali per la rottamazione, molti si aspettino incentivi ecclesiali per la ‘sacramentazione’. Per spirito di accoglienza, come va di moda argomentare. Ma può un fugace incontro sostituire un cammino? Può un’episodica celebrazione sostituire la maturazione di un’amicizia, che richiede per sua natura condivisione di impegni e di vita?

In effetti, io credo che il punto resti un altro. Perché un cuore decida di aprire la porta e iniziare un autentico cammino di fede, occorre suscitare un confronto su che cosa cambia nella vita in comunione vera con Gesù. È qui che si gioca, a mio modo di vedere, l’autentica partita di una vera evangelizzazione. “Rendere ragione della speranza che è in noi” (1Pt 3,15) è un esercizio da fare prima di tutto con se stessi. Ma una volta chiaritisi nel cuore “che non è la stessa cosa aver conosciuto Gesù o non conoscerlo, […] camminare con lui o camminare a tentoni” (come si legge nell’Evangelii Gaudium di Papa Francesco), ci si può avventurare nel dialogo con fiducia: perché la verità, ai cuori umili, si impone per attrazione.

d. Fabrizio Ferrero
Parroco a S. Edoardo Re