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Armadi e magazzini pieni

Società e cultura
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Gli armadi delle donne, anche di quelle meno abbienti, sono pieni di vestiti.

Chissà quando è stata inventata la moda, probabilmente quando è stato inventato tutto il “sistema” dei consumi. Un capo veniva decretato “fuori moda” e le donne si vergognavano a portarlo. Così ne compravano uno nuovo capi e l’intera industria manifatturiera su cui vivevano migliaia di persone, soprattutto  donne, andava avanti.

Le sfilate, le riviste decretavano le nuove mode. Adesso la moda nasce “in strada” e sui social, quindi è imprevedibile e anche le industrie si trovano con montagne di capi invenduti. Tutto va bene ormai. Le giovani soprattutto si inventano accostamenti inusuali: incredibili gonne di pizzo iper femminile e sopra un giubbotto da motociclista; gonna a pieghe come la nonna, ma con gli stivali. La linea è precisa: maschilizzare il modo di vestire quotidiano, poi magari al matrimonio di un’amica mettersi il vestitino con le pence e i tacchi a spillo. Ma solo per qualche ora.

Di vestiti sono pieni gli armadi delle donne, perché il concetto dell’uso delle cose è cambiato. Non si usa fino alla decadenza dell’oggetto, ma si cambia. Non ci sono abiti rotti che si sostituiscono, ma si comprano abiti nuovi tanto così per comprarli.

Il problema è che anche i magazzini sono pieni di vestiti. E allora aprono e chiudono negozi con file di stendini e capi appesi, senza logica, a volte divisi per colore. Vuoi comprarti un golfino? Forse c’è, ma devi scorrere fino alla nausea gli stendini. Tu vuoi un certo capo d’abbigliamento, loro ti offrono solo il colore. Perché anche il personale è ridotto, una persona alla cassa è sufficiente, devi fare tutto da te, libera certo da intrusioni e suggerimenti non del tutto disinteressati come avveniva nei negozi tradizionali, ma a volte stordita.

 Anche il prezzo… tutto a dieci euro, facilita il lavoro degli esercenti, facilita la tua mente all’acquisto. Cosa sono dieci euro per soddisfare un’esigenza quasi irrinunciabile insita nella mente femminile. “Siamo come uccelli che hanno bisogno di cambiare sovente le piume”, diceva Chanel, che qualcosa aveva capito, già tanti anni fa. Lei aveva inventato i “tailleurs”, che non esistevano. Le piacevano le divise militari e voleva creare per la donna qualcosa del genere (gonna e giacca uguali).

L’industria tessile dei tessuti per abiti maschili è stata una delle più colpite dalla crisi (era a Biella… tutto il mondo si riforniva lì). A Biella ci sono ville e villette bellissime. Erano tutti ricchi.

Il modo di vestire maschile com’è cambiato? Domenica mattina davanti alla chiesa vedo un conoscente anziano: “Allora come va? La vedo bene”. “Tiriamo avanti. Sono 87 anni, ma sono ancora in giro”. Ha calzoni e camicia e sopra una felpa. Gli chiedo: “Si ricorda che una volta erano tutti in giacca, cravatta e camicia, soprattutto per andare a Messa?”“Certo, in piemontese si chiamava la muda”. Era una conquista sociale. Prima nei campi vestiti come straccioni, poi le tute sporche di grasso in fabbrica… Finalmente all’onor del mondo, come i ricchi.

Sì era scomodo, forse, ma era talmente bello sentirsi a posto come i signori! Penso ad Armani che ha sdoganato il vestiario maschile. Maglietta nera, giacche morbide come golfini… ma lui non aveva mai fatto né il contadino né l’operaio e liberava i ricchi anche dall’uniforme: ricchi e comodi anche nel vestire.

Renata Vaschetto