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Mar, Set
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Le contraddizioni dell'Iran

Società e cultura
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Nell’immaginario comune l’Iran viene descritto come un paese fondamentalista, conservatore, autoritario. Un paese canaglia, abitato da terroristi con lunghe barbe nere e turbanti, guidato da dei pazzi religiosi.

Mi spiace deludere il lettore, ma l’Iran non è nulla di tutto ciò, o per lo meno, non è solo questo. Gli iraniani sono persone normalissime, estremamente gentili e sorridenti. L’esperienza iraniana, di per sé, è la sintesi tra il vivere pubblico e il vivere privato. Bisogna infatti ricordare che si tratta comunque di una Repubblica Islamica, ossia uno stato politicamente e socialmente fondato sulle leggi della Sharia. Questo implica che chiunque ha l’obbligo di rispettare un codice morale, tramutato in legge statale, rigido e ben definito.

Per le donne, ad esempio, è previsto l’obbligo di indossare il velo ed il manteau (tunica lunga e larga) negli spazi pubblici, nei bar e nei ristoranti, mentre gli uomini non possono indossare i bermuda. Non si possono scambiare effusioni, così come non è possibile cantare o ballare in pubblico, tanto meno è possibile consumare alcolici. Tutto questo viene però meno, o quasi, nel momento in cui viene varcata la soglia di casa.

Che si tratti di un regime non-democratico è un dato di fatto. Basti pensare che la “sovranità è riservata a Dio” e non ai cittadini; i diritti fondamentali, quali quelli di libera espressione e di parola non sono rispettati. Allo stesso tempo però gli ideali della Rivoluzione di Khomeini, il pio mussulmano e l’Islam come risposta politica, economica e sociale non sono più condivisi, specialmente tra i giovani. Così come non è vero che tutti gli iraniani sono mussulmani, tanto meno conservatori. Molti hanno una visione “moderna” dell’Islam, altri si definiscono semplicemente agnostici, l’unico grande problema è che non possono dichiararlo apertamente.

Vivere in Iran per un “occidentale”, può sembrare difficile, specialmente il primo periodo, non tanto per l’obbligo di vestirsi in un determinato modo, perché ci si abitua facilmente ad indossare il velo e portare le maniche lunghe, ma si fa più fatica ad abituarsi a tutta una serie di atteggiamenti che si darebbero per scontati, che in realtà in quel mondo, non sono. Come il canticchiare per strada, porgere la mano per presentarsi o poter dire la propria su qualsiasi argomento senza rischiare di essere arrestati, interrogati e via discorrendo.

Allo stesso tempo è però un’esperienza fantastica, perché dà modo di comprendere la fortuna che si ha nel conoscere la libertà e di come la religione debba essere legata alla sfera intima della persona e non una fonte di diritto. Esistono delle regole da rispettare, come in qualsiasi paese. Non bisogna giudicare solo perché diverso.

L’Iran è anche un paese che offre tantissimo, basti pensare alle magnifiche città di Shiraz, Yaz, al sito archeologico di Persepoli, ai paesaggi mozzafiato del Mar Caspio, alla cucina buonissima del Nord e così via.

UNA GIOVANE ITALIANA A TEHERAN

Per tutti i tre mesi in cui ho vissuto, per motivi di studio, nella città di Teheran (in persiano Tehran) non mi sono mai sentita insicura né ho avuto timore di passeggiare da sola per le strade del centro o prendere la metro.

L’Iran è un paese dalle mille facce e contraddizioni, con tanto da offrire e che spesso non viene compreso dalle persone, che per loro sfortuna non hanno mai avuto la possibilità di visitare questo paese. La propaganda mistificatrice occidentale tende a descriverlo come l’emblema del fondamentalismo islamico, ma vi posso assicurare che le persone veramente credenti, o meglio convinte dell’ideologia di stato perpetuata dalle alte autorità, sono veramente poche, quasi nulle se ci riferiamo ai giovani.

I giovani iraniani di oggi sono proprio come i giovani italiani. Studiano, molti frequentano l’università, cantano, ballano, seguono il calcio e nutrono amore e stima innata nei confronti della Vecchia Signora, la Juventus, anche se a volte ne storpiano un po’ il nome.

Il loro grande limite? La mancanza di libertà. È vero infatti che essere giovani ed iraniani costituisce un vincolo non solo all’interno dello stato, che come sappiamo è caratterizzato da un codice morale islamico rigido e limitatamente libero, ma anche all’esterno dei confini nazionali. Quasi tutti riescono, chi più chi meno, ad evadere dal dettame islamico all’interno di ambienti privati in cui si consumano cene, si beve alcol, si balla, si canta (vietato negli spazi pubblici, si pensi che alle donne è proibita qualsiasi tipo di performance canora), si mangia e si ride, ma riuscire ad uscire dal paese per ambire una vita migliore è, oggi giorno, difficilissimo. Ad esempio gli iraniani non posso richiedere un visto statunitense, così come richiedere un permesso per l’Europa è temporalmente e burocraticamente molto più dispendioso di quanto possa esserlo per qualsiasi altro straniero.  Per non parlare dell’aspetto economico, a dir poco al di fuori della portata dei più.

Questa situazione di non libertà  non è lamentata solo dai noi “vecchi occidentali” (che spesso dimentichiamo la fortuna che abbiamo di vivere in un paese libero), ma anche dagli stessi iraniani che sempre più spesso questa sete di libertà la urlano occupando le piazze, manifestando contro il regime, venendo arrestati e torturati o costretti all’esilio. Le donne non vogliono il velo, i ragazzi chiedono il diritto di contare ed avere un futuro, tutti chiedono libertà e dignità.

L’Iran non è il male, è solo vittima di un sistema internazionale che lo esclude e lo isola, così come è vittima di un apparato statale che giustifica il proprio operato con la religione e la strumentalizza per conservare il potere.

K.P.