21
Mer, Ago
11 New Articles

L'Europa dei giovani non ha confini

Società e cultura
Typography

“I giovani, a mio avviso, devono credere nelle sfide globali. È necessario recuperare

l’ambizione, perché davanti a noi si presentano sfide epocali: ci vanno coraggio, intuizione e visione aperta nei confronti del futuro, invece sta crescendo il sistema di valori legato al populismo, che compatta una frangia di persone e taglia fuori tutto il resto, mettendo il (presunto) ‘popolo’ contro tutti gli altri”.

Non fa giri di parole Lorenzo Berto, 26 anni, praticante avvocato presso lo studio Weigmann di Torino, esperto di Europa e appassionato dei temi sociali, politici, economici che la riguardano, per descrivere le inquietudini che agitano il Vecchio Continente in vista delle elezioni europee del prossimo 26 maggio.

Qualche nichelinese lo ha conosciuto in occasione della serata dedicata a “Quale Europa nel nostro futuro?”, organizzata dall’associazione Chreo lo scorso autunno. Ora torna a Nichelino per parlare di Europa ai gruppi giovanili delle parrocchie.

Gli rivolgiamo qualche domanda.

Le elezioni europee prospettano nuovi scenari politici. Ma è utile fare un passo indietro. Tutto cominciò con la Brexit… 

“La Brexit, l’uscita della Gran Bretagna dall’Eu, è lo spartiacque del decennio, che ha rotto il processo di evoluzione dell’Europa. Per la prima volta dal Dopoguerra, l’Europa non è andata avanti, ma ha fatto un passo indietro. Il 2016 ha reso manifesta la spaccatura citata prima: Brexit e Trump sono, semplificando, la reazione dei seguaci della chiusura contro i sostenitori dell’apertura. Per capire quello che sta accadendo dobbiamo partire da lì e dal concetto di ‘indipendenza’, che muove le correnti animate dal principio che, se usciamo dall’Europa, saremo liberi, sapendone criticare – con rispetto – gli errori… E non sono pochi: dal referendum a oggi un’intera classe dirigente è stata azzerata e a scricchiolare, oggi, è il Regno Unito e non certo l’UE”.

Quali scenari si aprirebbero se prendesse forma l’ipotesi di una Italexit?

“Cosa potrebbe succedere non lo so, credo che nessuno lo possa prevedere davvero. Sulla Brexit si discute da due anni, senza che si sia ancora arrivati a definire le nuove posizioni. Disciplinare una materia così complessa non è semplice. Un po’ di numeri, per capirci: quando parliamo di Europa, parliamo del ‘luogo’ più ricco del mondo, con i suoi 17mila miliardi di Prodotto Interno Lordo; l’America vale 15mila miliardi e il Pil russo è inferiore a quello della sola Italia. Chi propone di uscire da tutto questo ha valutato bene i rischi? E’ un aspetto di cui dovremmo tenere conto”.

Una potenza economica di cui la stragrande maggioranza delle persone non conosce la portata. C’è un difetto di comunicazione, che offusca l’immagine dell’Europa?

“Chi attacca l’unità dell’Europa addita gli europeisti come dei ‘fighetti’, istruiti, preoccupati solo di poter continuare a viaggiare. E’ un’immagine parziale: l’Europa è nella vita di milioni di persone. Un esempio: oggi, in Irlanda del Nord chi ha più paura degli effetti della Brexit sono le persone comuni, che vedono prospettarsi tutti i vincoli e le difficoltà legate alla chiusura delle frontiere, ai riflessi sull’economia e sul lavoro. Detto fuori dai denti: persone che temono di impoverirsi e di vedere le bombe esplodere nuovamente; magari non ci hanno mai pensato, ma per loro – come per tanti altri – Europa è pace e ricchezza. E’ evidente che l’immagine che diamo, come sostenitori dell’Europa, non corrisponde alla realtà, ma è vero che spesso puntiamo su una comunicazione ‘in negativo’, sul messaggio che se usciamo dall’Europa, staremo peggio. Chi si schiera contro l’Europa, al contrario, si esprime ‘in positivo’, con un messaggio più forte, con il riferimento, già citato, al popolo, al valore dell’indipendenza. Gli ‘argomenti d’effetto’ dei detrattori dell’unione ammiccano a un ‘nuovo mondo’ che non c’è più, al ritorno di un passato mitizzato, un’età dell’oro a dispetto di un presente fatto di sfide globali. È tempo, anche per noi, di comunicare in positivo”. 

Sfide globali di fronte a cui, secondo i detrattori, l’Italia sarebbe lasciata sola dagli altri Paesi, da un’Europa sempre pronta a metterci all’angolo.

“Per capire chi ci ostacola in Europa e chi ci appoggia, dovremmo ricordare la distinzione tra Parlamento Europeo e Consiglio d’Europa: il primo è eletto direttamente dai cittadini; il secondo è composto dai ministri dei singoli governi nazionali. Su moltissime questioni, spesso di straordinaria importanza, il voto del Consiglio (e, quindi, delle singole capitali europee, legate al dibattito e ai voti nazionali) pesa di più rispetto a quello del Parlamento. Fuor di metafora, bisogna sempre chiedersi: chi ha preso una decisione? Se la risposta è ‘il Consiglio’, allora è improprio affermare ‘l’Europa ha fatto/non ha fatto/ci ha impedito’. Se il voto determinante arriva dal Consiglio, significa che qualche Paese ha ‘condannato’ gli altri, per ragioni di politica interna… E la colpa non deve ricadere sull’UE”.

L’esempio più attuale, cavallo di battaglia dei nazionalisti, è la questione migratoria.

“Il regolamento di Dublino, si dice ecumenicamente, va rivisto. Ebbene, il Parlamento ci era riuscito, ma i voti in Consiglio hanno bloccato la riforma. Ecco perché è sbagliato dire che l’UE, sull’immigrazione, ci ha lasciato soli. A maggior ragione, quindi, diventa importante conoscere il Parlamento Europeo, partecipare alla sua composizione per legittimarlo e fare della sua maggior centralità in UE un punto essenziale della battaglia politica europeista”.

I problemi dominano la scena politica e pesano sulla nostra percezione della realtà, così tanto da farci trascurare le risorse su cui può contare l’Italia, anche grazie all’Europa. Possiamo riepilogare alcuni aspetti di cui sorridere? 

“Alla pace ho accennato, ma mi preme ricordare che pace non vuol dire solo il periodo successivo alla Guerra Mondiale: vuol dire Irlanda del Nord, Paesi Baschi, vuol dire che dove non c’è l’Europa, c’è la guerra e penso, ad esempio, all’Ucraina. Altro tema sono i diritti: siamo i Paesi col patrimonio costituzionale più ricco del Mondo e lo abbiamo cristallizzato nella Carta di Nizza, applicabile in tutta Europa, grazie a cui ogni cittadino europeo, ovunque vada nel Vecchio Continente, è seguito dai suoi diritti, senza discriminazione. Sottolineo ancora il benessere economico e la grandezza del nostro mercato, ma non dimentichiamo di aggiungere a questa ricchezza il fatto che abbiamo il miglior sistema di welfare del Mondo. Tutti ci guardano come un modello e si aspettano che ci assumiamo il ruolo di guida in questo periodo complicato”.

Accusiamo l’Europa di tutti i mali, ma non dovremmo guardarci in casa?

“In effetti, la più grande croce che grava sulle nostre teste è il debito che ci portiamo dietro, con tutti gli interessi da pagare, che ci costano più di quanto il nostro Paese spende per garantire l’istruzione. In particolare, per chi ha la mia età, questa dovrebbe essere una battaglia centrale. Lo chiamo inquinamento economico: dobbiamo immediatamente smettere di scaricare questo fardello sulle generazioni successive, come è stato fatto finora”.

In vista della ‘nuova’ Europa, che cosa possiamo aspettarci?

“Metto al primo posto l’ambiente. Il tempo sta scadendo: secondo l’ultimo rapporto ONU, mancano appena 12 anni al punto di non ritorno. Nessuno, proprio nessuno, da solo può affrontare questa sfida. Occorre unirsi e proporre un ecologismo intelligente, che sappia coniugare la cura del Pianeta e le esigenze di crescita e benessere della popolazione. Poi ci sono la sicurezza e la pacificazione dei nostri ‘vicini’: Ucraina, Siria, Libia. Non possiamo abbandonare quelle persone e nemmeno permettere a poteri di altri Paesi, che sono la negazione del nostro modello, di imporre il loro sistema. Anche in questo caso è evidente: la voce di nessuno dei Paesi Europei, presi singolarmente, è forte e autorevole. In ultimo, ma non meno importante, dico: l’equità intergenerazionale. Noi giovani pretendiamo un’inversione metodologica rispetto a come sono state distribuite le risorse fino ad oggi. Vogliamo spazio e, in questo, ci assomigliamo tutti e non sentiamo confini. Non dovremmo dimenticare che noi siamo l’occidente e che l’Europa, riconosciuta come un baluardo di libertà, deve fare la sua parte nel difendere i diritti fondamentali della democrazia”.

Cristina Nebbia

Associazione Chreo Nichelino