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Ho visto Alì tornare in Gambia

Società e cultura
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Io l’ho visto, Alì. L’ho visto scrutare dall’oblò dell’aereo, nella buia notte africana, e torturarsi la barba mentre cercava le luci, le capanne, i fuochi accesi.

I fuochi, sì, come in casa sua, neanche tanto tempo fa. Alì Sohna, classe 1998, ha lasciato il Gambia da cinque anni, eppure sembra una vita.

Io l’ho visto, Alì, quando salivamo in macchina con le valigie cariche di regali per i suoi familiari. Era felice e preoccupato. Felice di aver rimesso i piedi sulla sua terra, di rivedere la sua gente, di riabbracciare quella parte di famiglia che gli è rimasta. Ma anche preoccupato: temeva che nessuno lo riconoscesse, che non lo accogliessero con la stessa gioia che provava lui, tornando nella sua terra.

SCAMPATO AL NAUFRAGIO
Alì ha attraversato prima il deserto e poi il Mediterraneo. In Gambia c’era la guerra civile, sua madre e il suo fratello maggiore un mattino lo hanno tirato giù dal letto: si parte! La mamma però si è fermata in Niger, non aveva più soldi. Lui e suo fratello hanno proseguito il viaggio, ma la nave su cui si sono imbarcati è affondata: 500 morti, fra cui il fratello di Alì. Era il 14 aprile 2015.

Io ho visto Alì anche quando è arrivato nel suo quartiere. Ho visto il suo sorriso esplodere ai primi saluti, quando ha capito che quei legami, quelle conoscenze, quelle amicizie, erano ancora vive. I suoi primi quindici anni non erano passati invano. Le sue radici erano ancora ben piantate. E poi l’ho visto entrare in casa, abbracciare i suoi fratelli e sorelle, l’ho visto piangere quando è arrivata la seconda moglie di suo papà (era poligamo), quando lo ha stretto quasi fino a strozzarlo ed è scoppiata in lacrime di gioia, ma anche di sofferenza, nel ricordo di sua madre e di suo fratello, scomparsi.

Alì è arrivato in Italia solo e nudo. Sì è salvato per miracolo, da quel naufragio, dove oltre al fratello ha perso la sua storia, quei pochi effetti personali che portava con sé e soprattutto il contatto di sua madre. Omar, un camionista gambiano, l’ha trovata in Niger e l’ha ospitata per due anni a casa sua, a Velingara, in Senegal, senza chiederle nulla in cambio. E proprio grazie a quel camionista Alì un giorno è riuscito a rintracciarla, almeno al telefono. Lei era così emozionata, che non lo ha neanche riconosciuto. Solo quando le ha fatto sentire le nenie che gli cantava da piccolo, si è convinta che era proprio lui. Dopo la prima chiamata ha potuto parlarle altre volte, sempre grazie ad Omar che lo chiamava in Italia. Non l’ha mai più rivista, però. E’ morta due anni fa, a causa di una grave malattia.

E così, ho visto anche Alì recarsi per la prima volta in visita nel cimitero dove oggi è sepolta sua mamma. E soprattutto l’ho visto ricevere da Omar gli oggetti che aveva lasciato per lui, tutta la sua eredità: il certificato di morte di suo padre, un anello e un piccolo telo di stoffa, su cui lei inginocchiava per pregare.

COSA LI SPINGE A PARTIRE
E’ stato emozionante accompagnare Alì che tornava per la prima volta nella sua terra. Abbiamo girato con lui una puntata di Radici, il programma di viaggi nelle storie degli immigrati di Rai3. Un programma, diciamolo: finanziato dai fondi Fami dell’Unione Europea, in collaborazione con il Ministero dell’Interno. Raccontiamo “L’altra faccia dell’immigrazione”, cerchiamo di capire perché tante persone lasciano il loro Paese per venire a cercare fortuna in Occidente, e in particolare in Italia.

Di immigrazione si discute tanto, sempre più spesso. E’ un tema importante, oggi di grande attualità: la storia dell’umanità è segnata dalle migrazioni. Nel dibattito però manca quasi sempre un elemento tutt’altro che marginale: le motivazioni. Perchè queste persone lasciano la loro terra? Cosa le spinge a partire? E perché non tornano? Bisogna andare, vedere, toccare con mano, ascoltare, vivere le loro emozioni e dopo, solo dopo, raccontare.

Alì, ad esempio, non ha deciso di partire: sua madre e suo fratello lo hanno fatto per lui. Oggi vive a Matera, dove ha trovato gente accogliente che gli ha permesso di inserirsi nella comunità locale, nel mondo del lavoro e anche nel teatro. Sì, il teatro: che ha ridato la parola e il sorriso ad Alì. Dopo lo sbarco in Italia era ammutolito, per i traumi subiti. Il palco, la recitazione, a cui è stato introdotto dal Centro Arti Integrate di Matera, lo hanno fatto tornare il ragazzo gioviale e chiacchierone di sempre.

Non solo. Alì ora ha un sogno: scrivere uno spettacolo e portarlo in scena a Banjul, la capitale del Gambia, ma anche nella sua città, Serekunda e nei villaggi. Vuole raccontare i viaggi della speranza, che spesso si tramutano in viaggi della disperazione. Vuole dire alla sua gente che viaggiare è bello, non così però: è troppo pericoloso. E vuole dirlo lui: gambiano che parla ai suoi “fratelli” gambiani, nella loro lingua: il Sarahule. Alì ha le idee chiare, ed io che l’ho visto tornare per la prima volta nella sua terra, voglio aiutarlo a realizzare il suo obiettivo: “Oggi, dopo aver ritrovato la mia gente, ho capito che non posso, non mi devo fermare: voglio tenere sempre più stretto il legame con le mie radici e portare questo messaggio ai miei fratelli africani”.

Davide Demichelis