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La rivoluzione a colpi di like

Società e cultura
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C’è poco da fare, può piacere o non piacere, nell’ultimo decennio c’è stata una vera e propria rivoluzione copernicana nel mondo della comunicazione

che sta cambiando tutto, dalla politica alla pubblicità, dal modo di fruire della TV ai sistemi di divertimento.

Stiamo parlando della rivoluzione dei social, una rivoluzione velocissima. Nulla ha avuto nella storia un’accelerazione come questo fenomeno: la velocità di crescita di Facebook, di You Tube non ha paragoni con nessuna altra invenzione.

Ogni utente ha oggi a disposizione strumenti di comunicazione come non mai e su questi mezzi investe: nel 2017 la spesa della famiglie per le connessioni mobili è cresciuta del 221% mentre è diminuita del 39% la spesa per l’acquisto di libri e giornali.

Con la rivoluzione digitale si sono moltiplicati all'infinito i centri di produzione di contenuti e ognuno li può sottoporre al mondo.

Questo accade anche nell’ascolto, ciascuno si fa la propria tv; il potere dei media e del cinema che veicolavano idee e messaggi, molto spesso in modo funzionale al potere, non c’è quasi più.

Una rivoluzione positiva o negativa? Un po’ tutte e due le cose.

Internet non sparge per il mondo solo cultura e informazione, come si pensava, ma anche balle spaziali, fake news. Il web profila i suoi utenti al punto che il signor Google di noi sa tutto: dati personali, cosa cerchiamo in rete e quindi i nostri gusti, le nostre preferenze, le nostre debolezze.

Certo ora chiunque può manifestare la propria opinione, la rete è il collante e questa è democrazia, riescono ad emergere anche pensieri minori mentre prima era tutto compresso, le informazioni erano recuperabili con difficoltà ed era difficile per un pensiero minoritario avere seguito.

Il rovescio della medaglia è che i social radicalizzano tutto, tolgono la forza del ragionamento, sovente diventano il luogo di battaglia di truppe schierate pro o contro questa o quella causa.

La rete permette di esprimere l’odio, l’invidia di classe, l’insoddisfazione. Se ti senti tagliato fuori dal mondo perfetto di Fedez e Ferragni, inizi a sfogarti anonimamente con cattiveria.

La parrucchiera e il bar diventano gli opinion leader, tutto viene messo in discussione e tutti si sentono portati a scrivere e diventano in un attimo grandi conoscitori di tutte le tematiche iniziando a dissertare su storia, costituzione, piani regolatori e chi più ne ha più ne metta.

Qualcuno dice che è la rivincita di chi andava male a scuola…

Vince chi ha più like, non chi ragiona e approfondisce i temi, ma chi sa porli in modo da avere seguito nell’opinione pubblica.

Come ha detto Umberto Eco "i social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli".

MILLE FRAMMENTI, NESSUN RAGIONAMENTO

Basta alzare un momento gli occhi per vedere cosa succede. I nostri ragazzi (ma non solo loro) vivono costantemente attaccati agli smartphone, sui bus, sui treni, in famiglia, per strada.

L’informazione arriva in mille frammenti e si passa continuamente da una cosa all’altra senza riuscire a capire cosa è importante e cosa non lo è.

Scorriamo una miriade di news e di link, ma non andiamo in profondità, non riusciamo ad essere riflessivi, a ponderare le questioni, le guardiamo online ad alta velocità ma non utilizziamo più la logica.

Il mondo social privilegia la paura sui progetti, rende le esperienze negative predominanti su quelle positive, cambia il nostro modo di percepire le cose, nel mondo social odiare è molto più facile che cercare di capire.

Anche in politica dunque non paga promuovere sentimenti positivi su una idea o un candidato, ma paga creare un clima di cinismo e paura che farà in modo che le persone siano attratte dai partiti che hanno caratteristiche di rabbia e disillusione, che incolpano gli altri di tutto.

Non è un caso dunque se in tutto il mondo aumentano i populisti e chi inneggia all’identità etnica, quando la gente è arrabbiata sceglie con la pancia e non con la ragione, segue chi grida al popolo contro le élites.

LA CASTA, IL POPOLO E I TROLL

Emerge anche un’avversione verso la scienza (la storia dei vaccini ne è un esempio), verso chi ha studiato con fatica ed è esperto su un tema. Chi ha fatto una sana e onorata carriera nel mondo accademico o in azienda viene visto come un privilegiato, interessato solo alla difesa dei propri interessi, incapace di migliorare la vita del “popolo”.

Nel mondo dei social l’opinione che prevale è che le élites vadano spazzate, perché sono nemiche del popolo e amiche dello spread. L’incompetente diventa il puro, vicino al popolo, mentre il competente viene delegittimato, trasformato in un esponente della casta, diventa vittima dei “troll”, algoritmi seriali o smanettoni a pagamento che hanno come compito quello di riempire di messaggi irritanti e provocatori i profili social di chi prova a sviluppare un pensiero “contro” o cerca di alzare il contenuto della discussione con l’obiettivo di delegittimarlo e di eliminarlo, o almeno di fargli passare la voglia di esternare il proprio pensiero.

Con questo sistema si fa dell’incapacità una virtù, dell’ignoranza un pregio, dell’incompetenza una qualità sostenendo che così si avvicina la politica al popolo mentre in realtà la si svuota.

A tutto questo va poi aggiunta l’imperizia dei partiti tradizionali che negli ultimi anni nei ruoli importanti e nelle aziende pubbliche non hanno premiato i capaci, ma i fedeli. C’è stato uno straordinario calo delle competenze che si è pagato caro, perché non si è più riusciti ad interpretare la società, a capire come le nuove tecnologie stavano cambiando il mondo così come il lavoro e la famiglia stessa.

Quale è il punto oltre il quale questi strumenti, che indubbiamente ci facilitano la vita, inizieranno invece a farci regredire?

Forse lo si è già passato e probabilmente, come in altri casi nella storia, ci si fermerà solo quando ci accorgeremo di aver fatto un grande disastro

Quel che è certo è che non si può restare fermi su questa strada o proseguire nella deriva perché il rischio di autoritarismi o fascismi è forte.

La storia di ogni paese dice che la crescita di una società è direttamente proporzionale alla qualità delle persone che occupano ruoli chiave.

Vi fareste operare da un bravo blogger?

Penso proprio di no… e allora anche in politica servono competenze, non si può avere un personale politico così modesto che parla a vanvera di opere pubbliche o che non ha mai lavorato un giorno, non è possibile avere sottosegretari alla presidenza del Consiglio che vantano nel curriculum due stage e che si mettono a dissertare di economia contro Draghi.

Nel mondo dei social le idee vengono cambiate velocemente per cui anche chi cavalca oggi l'onda del populismo potrebbe domani essere messo all'indice.

Ecco quindi che le persone a modo e pensanti devono cominciare a dire la loro, infischiandosene dei troll, usando gli stessi social per smascherare i professionisti della ribellione.

Diceva Albert Einstein: "Il mondo è quel disastro che vedete non tanto per i guai combinati dai malfattori, ma per l'inerzia dei giusti che se ne accorgono e stanno lì a guardare".
Ieri come oggi.

Paolo Colombo