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"Eutanasia da abbandono", è questa la vera emergenza

Etica
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Anche a Nichelino sono state raccolte firme per “l’Eutanasia legale”.

Non entriamo qui nel merito delle varie iniziative legate alle proposte di legge in discussione in Parlamento, ma proponiamo una riflessione a nostro avviso necessaria e preliminare in relazione all’eventuale legalizzazione dell’eutanasia.

Ci pare quanto mai essenziale sgombrare il campo dalla terribile ipotesi che la richiesta di porre fine alla propria vita sia causata, anche solo in minima parte, dagli effetti della negazione di adeguati interventi sanitari a cui ha diritto il malato da parte dalle competenti istituzioni (in primo luogo le Asl).

L’“eutanasia da abbandono”, com’era stata definita anche dal compianto card. Carlo Maria Martini è una pratica purtroppo largamente diffusa nella forma della negazione di cure sanitarie e socio-sanitarie. Cure a cui hanno diritto i malati non autosufficienti (a domicilio o anche in strutture e posti letto convenzionati con il Servizio sanitario).

Questo abbandono terapeutico delle persone con demenza, malati di Alzheimer, giovani o adulti con esiti da incidenti, ecc., si realizza in particolare laddove, passata la fase acuta dell’ospedale, vengono in qualche modo respinti dalla Sanità pubblica e li si scarica sulle famiglie (che non hanno obbligo giuridico di cura). Si filtra l’accesso alle prestazioni del Servizio sanitario con illegittime e discriminatorie valutazioni economiche e di condizione sociale/famigliare. Insomma, si nega loro il diritto fondamentale alla cura e alla tutela della salute. Si giunge persino alla lacunosa, o del tutto inesistente, applicazione delle cure palliative e della terapia del dolore, di cui all’ottima legge 38/2010 ancora purtroppo lontana dalla sua piena attuazione.

La richiesta della morte in queste condizioni, non può essere intesa – nemmeno dagli stessi richiedenti – come un atto di «libertà», bensì di «disperazione».

Senza le adeguate cure sopraccennate, di cui si ha diritto in quanto malati (prima che “fragili” o “casi sociali” o altra qualsivoglia fuorviante definizione), sarebbe francamente impossibile ad onore del vero definire la scelta di porre fine alla propria esistenza come frutto della «libera» autodeterminazione della persona. Si dovrebbe avere il coraggio di qualificarla invece come «delitto» originato dalla negazione delle prestazioni sanitarie di cura nel loro più ampio significato.

Per questo, come premessa a qualsiasi discussione sul suicidio assistito o sull’eutanasia, deve essere centrale il tema della garanzia ed effettiva attuazione dell’articolo 32 della Costituzione («La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività») e la sua realizzazione attraverso i principi e gli strumenti della legge 833/1978 che ha istituito il Servizio sanitario nazionale pubblico e universalistico. L’articolo 2 di questa legge prevede che il Servizio sanitario nazionale deve assicurare «la diagnosi e la cura degli eventi morbosi quali che ne siano le cause, la fenomenologia e la durata». L’articolo 1, che il Servizio sanitario nazionale deve fornire le prestazioni domiciliari e residenziali «senza distinzione di condizioni individuali o sociali e secondo modalità che assicurino l'eguaglianza dei cittadini nei confronti del servizio».

Le voci ragionevoli, che invitano ad una seria riflessione sul tema del fine vita e dei motivi della sua richiesta, non mancano. Il medico palliativista Francesco Scarcella ha osservato provocatoriamente – ma con grande efficacia – che senza la necessaria garanzia delle cure l’approvazione di una legge sull’eutanasia sarebbe come se «per risolvere il problema dell’affollamento delle carceri si approvasse una legge sulla pena di morte». Andrea Ciattaglia, direttore della rivista “Prospettive assistenziali”, storico organo di informazione delle associazioni di volontariato a tutela di malati/persone con disabilità non autosufficienti della provincia di Torino, ha ribadito in un recente articolo che «la difesa del diritto esigibile alle cure sanitarie e socio-sanitarie e alle prestazioni corrispondenti è il baluardo per evitare in modo assoluto lo scivolamento verso forme di eutanasia da abbandono».

Per questa ragione chiamiamo all’appello singoli e organizzazioni di volontariato a sostegno dell’attività svolta a tutela dei diritti fondamentali non solo delle persone malate non autosufficienti di ogni età e condizione sociale, ma di tutti noi.

UTIM Nichelino