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Mar, Ago
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Parole chiare sull'utero in affitto

Etica
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L’utero in affitto è una pratica disumana. Nel tentativo di sviare la questione qualcuno preferisce parlare di “maternità surrogata”, ma non basta cambiare le parole per modificare la sostanza. 

Non è una fissazione dei cattolici. Considerare un diritto civile una pratica che prevede la compravendita della pancia di una donna allo scopo di fabbricare un bambino è un completo stravolgimento dei valori sui quali si è basata la civiltà europea: la dignità di ogni essere umano, la libertà che non può ridursi alla disponibilità a mettere se stessa o parti di sé sul mercato e l’assoluta unicità di ogni neonato che non può e non deve essere ridotto a merce. 

Anche all’interno del movimento femminista cresce la netta contrarietà a questo genere di pratiche.

Dal blog di Francesca Izzo (nella foto), tra le fondatrici di “Se non ora quando”, arrivano di nuovo parole chiare sull’utero in affitto. “E’ la pratica in sé che è disumana nel senso preciso che distrugge un elemento costitutivo della nostra comune umanità. Nella pratica della surrogazione, viene spezzata l’unitarietà del processo procreativo umano che è tale (e non riproduttivo o peggio produttivo) per l’assoluta peculiarità che lo distingue nel suo principio e nel suo fine: quella singola donna e quel singolo bambino, assolutamente non replicabili o riproducibili, come invece accade nella riproduzione animale, per non parlare della produzione di beni. Il processo viene segmentato in “pezzi”, comprati e venduti sul mercato (ovociti, utero e neonato) così da ridurlo a un assemblaggio per “fabbricare” bambini, secondo le peggiore regole del mercato. Alla gravidanza si toglie ogni “pregnanza” fisica, emotiva, relazionale e simbolica e alla donna che “affitta” il suo ventre è sottratta la personalità così che il processo da procreativo diventa riproduttivo e il bambino è la merce finale. Qui si raggiunge la vetta della svalorizzazione della maternità: ridotta alla sola gravidanza, prende le sembianze di un “lavoro” da far svolgere alle operaie della riproduzione.

Possiamo pensare a tutte le garanzie, tutele, limitazioni che si vuole, ma se si accetta di legalizzare la pratica dell’utero in affitto si colpisce un pilastro della civiltà umana. Proprio perché la questione è questa, non valgono schieramenti ideologici e politici, non servono casacche indossate a destra o a sinistra. La campagna per l’abolizione universale dell’utero in affitto coinvolge donne e uomini di convincimenti religiosi politici, culturali molto diversi tra loro uniti però dalla volontà di salvaguardare un principio fondativo della nostra comune umanità”.