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Ven, Apr
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Per un'economia a misura d'uomo

Etica
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Ho avuto la fortuna di partecipare all’incontro che si è tenuto nel Sacro Convento di Assisi per la presentazione del Manifesto “Per un’economia a misura d’uomo contro la crisi climatica”.

C’era un bel clima all’incontro,  erano presenti oltre 1000 persone e associazioni di differente orientamento politico e culturale, manager, frati, giornalisti, studiosi, uniti dai temi di una economia sana, del rispetto della terra e della necessità di una finanza al servizio dell’umanità; si avvertiva il clima , favoriti forse anche dal luogo perché Assisi resta un luogo dove tutto appare semplice, di un paese che vuole impegnarsi concretamente e ricominciare a sperare in un futuro comune.

Una cosa è indubbia: il tema ambientale è diventato, aggiungo anche finalmente, uno dei temi su cui più si discute, non è più la bandiera di qualche gruppo di ambientalisti ma ne parlano i banchieri, le grandi aziende, la politica.

Alcuni autorevoli interventi come quello di Papa Francesco han sollevato il tema più di mille evidenze scientifiche e anche il movimento di Greta ha avuto il pregio di porre all’attenzione della politica e della società civile il tema anche se la questione vera è la salvaguardia del pianeta che non necessariamente ha una relazione scientifica con il riscaldamento globale portato avanti dal movimento.

Nel nostro pianeta i cambiamenti climatici ci sono sempre stati. Nel medioevo, attorno al 1200 la temperatura della terra aumentò significativamente mentre a metà del diciassettesimo secolo vi fu una piccola glaciazione e in entrambi i casi non c’erano industrie a inquinare. Ma questo è un altro discorso.

Quanto c’è in tutto questo di volontà di costruire un nuovo modello di sviluppo più rispettoso e quanto è business?

Probabilmente un po’ e un po’.

Quel che è indubbio è che oggi le aziende sono più avanti e più veloci della politica, si muovono di più e certamente lo fanno anche per difendere il proprio interesse.

Questo perché i giovani, che sono i consumatori di domani, sono fortemente orientati e chiedono politiche di sostenibilità per cui occorre fare i conti con il loro orientamento.

C’è poi un dato di fatto. Le imprese che hanno investito di più nell’ambiente sono quelle che vanno meglio, investire in modo etico è un atteggiamento responsabile che nel lungo termine ha migliori prospettive perché le aziende che lo fanno sono considerate più affidabili.

Blackrock, la più grande società di investimento al mondo, ha annunciato che sanzionerà le aziende partecipate che non si saranno date obiettivi di sostenibilità: è un messaggio forte perchè le aziende adottino scelte in direzione del green deal.

Sempre più nei prossimi anni le parole chiave saranno economia circolare, efficienza energetica,  politica agricola più verde e biodiversità: su questi temi verranno messi anche molti soldi per cui, anche dal punto di vista economico, si crea una opportunità di dare attorno a dei valori delle opportunità per crescere.

Detto questo, che il business c’è, ho percepito però da molte parti la volontà di ridare un’anima all’economia, di tornare a pensarla come qualcosa che migliora la qualità della vita delle persone.

In fondo ecologia ed economia contengono una radice comune “eco” che vuol dire casa.

Finalmente si sta radicando forte la convinzione che prendersi cura del pianeta significa prenderci cura di noi stessi, non è un vincolo allo sviluppo ma il presupposto imprescindibile, che i meccanismi di mercato non bastano a regolare la vita, a dare beneficio a tutti e che considerare l’uomo nella mera dimensione economica non funziona.

La conversione ecologica sta diventando qualcosa di socialmente desiderabile e quando scatta questo meccanismo il cambiamento è possibile.

Certo, non ci si mette a posto con la coscienza mettendo una firma, le dichiarazioni messe sulla carta andranno portate avanti ognuno nel proprio ambito.

Tutti vorrebbero già essere all’arrivo ma non amano il percorso, la fatica di modificare piani industriali, cicli prodottivi e di formare le persone.

Di certo dallo “spirito di Assisi” è emersa forte la voglia di costruire un ambiente disinquinato per i nostri figli, lavorando non come singoli ma procedendo insieme nei diversi contesti, valorizzando diversi saperi e culture, mettendo in circolo le migliori risorse, investendo in innovazione e formazione.

Per gestire questa transizione infatti fondamentali sono la tecnologia e la sfida formativa per formare nuove figure professionali, certamente tecnici ma anche esperti di scienze umane e sociali perché è necessario lavorare per far comprendere e creare concetti e una mentalità nuova.

Il manifesto vivrà attraverso le azioni delle persone e delle associazioni che lo hanno sottoscritto lavorando non per essere uno sopra l’altro ma uno accanto all’altro. Diciamo che ha tracciato la linea e già questo è importante perché nessun vento è favorevole per chi non sa dove andare.

Paolo Colombo


IL MANIFESTO DI ASSISI

Affrontare con coraggio la crisi climatica non è solo necessario ma rappresenta una grande occasione per rendere la nostra economia e la nostra società più a misura d’uomo e per questo più capaci di futuro. È una sfida di enorme portata che richiede il contributo delle migliori energie tecnologiche, istituzionali, politiche, sociali, culturali. Il contributo di tutti i mondi economici e produttivi e soprattutto la partecipazione dei cittadini. Importante è stato ed è in questa direzione il ruolo dell’enciclica Laudato Si’ di Papa Francesco.

Siamo convinti che, in presenza di politiche serie e lungimiranti, sia possibile azzerare il contributo netto di emissione dei gas serra entro il 2050. Questa sfida può rinnovare la missione dell’Europa dandole forza e centralità. E può vedere un’Italia in prima fila. Già oggi in molti settori, dall’industria all’agricoltura, dall’artigianato ai servizi, dal design alla ricerca, siamo protagonisti nel campo dell’economia circolare e sostenibile. Siamo, ad esempio, primi in Europa come percentuale di riciclo dei rifiuti prodotti.

La nostra green economy rende più competitive le nostre imprese e produce posti di lavoro affondando le radici, spesso secolari, in un modo di produrre legato alla qualità, alla bellezza, all’efficienza, alla storia delle città, alle esperienze positive di comunità e territori. Fa della coesione sociale un fattore produttivo e coniuga empatia e tecnologia. Larga parte della nostra economia dipende da questo.

I nostri problemi sono grandi e antichi: non solo il debito pubblico ma le diseguaglianze sociali e territoriali, l’illegalità e l’economia in nero, una burocrazia spesso inefficiente e soffocante, l’incertezza per il presente e il futuro che alimenta paure. Ma l’Italia è anche in grado di mettere in campo risorse ed esperienze che spesso non siamo in grado di valorizzare. Noi siamo convinti che non c’è nulla di sbagliato in Italia che non possa essere corretto con quanto di giusto c’è in Italia.

La sfida della crisi climatica può essere l’occasione per mettere in movimento il nostro Paese in nome di un futuro comune e migliore.

Noi, in ogni caso, nei limiti delle nostre possibilità, lavoreremo in questa direzione, senza lasciare indietro nessuno, senza lasciare solo nessuno. Un’Italia che fa l’Italia, a partire dalle nostre tradizioni migliori, è essenziale per questa sfida e può dare un importante contributo per provare a costruire un mondo, civile, gentile.