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Un film sull'industria dell'aborto pianificato

Etica
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C’è un film che quest’anno in America ha avuto un inaspettato successo di pubblico. Si intitola Unplanned, che tradotto in italiano

significa “non pianificato”, e racconta la storia di Abby Johnson. E’ una storia vera: la stessa Abby Johnson l’ha scritta in un libro uscito nel 2010. Lei, fino ad un anno prima, era direttrice in Texas di una clinica della Planned Parenthood, grande organizzazione americana che si occupa soprattutto di aborti. Lavorava nella gestione amministrativa e contabile della Planned Parenthood per pianificare al meglio l’attività (aveva persino ricevuto un premio per la sua efficienza), lei stessa in precedenza si era sottoposta a due aborti, ma non aveva mai avuto occasione di assistere, come spettatrice, ad un intervento di interruzione di gravidanza. Un giorno però accadde, perché a causa di un imprevisto Abby Johnson si trovò davanti al monitor dell’apparecchiatura ad ultrasuoni che seguiva l’operazione, la rimozione di un feto alla tredicesima settimana.

“Il tessuto fetale” non sente alcun dolore – le avevano sempre detto – ma lei quel giorno davanti al monitor vide un esserino, già perfettamente disegnato, divincolarsi e contorcersi nel più impotente e disperato dei tentativi di sfuggire all’aspiratore che lo stava risucchiando, cioè alla morte. Un naufrago, totalmente solo e abbandonato, inghiottito da un potentissimo gorgo. Dopo quell’episodio Abby Johnson ha cambiato radicalmente il modo di pensare: si è licenziata dalla Planned Parenthood ed è diventata attivista pro life raccontando poi questa sua esperienza nel libro.

Negli Stati Uniti e in Canada il film Unplanned, uscito nelle sale nella scorsa primavera, ha incontrato non poche difficoltà nella distribuzione, per non dire che è stato sistematicamente boicottato dalle grandi catene. Nonostante questo e grazie al passa parola è ugualmente balzato in vetta alle classifiche dei film più visti. E’ come se il pubblico si fosse accorto che qualcuno stava cercando di occultare un pezzo di realtà e ha reagito andando in massa a vedere Unplanned che inizialmente era proiettato solo in qualche sala parrocchiale di chiese cattoliche o protestanti. Quest’estate il Dvd si è addirittura trovato al primo posto nelle vendite su Amazon. In Italia l’uscita del film, ora in fase di doppiaggio, è prevista all’inizio del 2020.

Il “caso editoriale” ha creato un certo imbarazzo non solo nella Planned Parenthood, ma anche nell’industria dei media americani che hanno scelto la linea del blackout informativo, dal momento che i tentativi di censura si stavano trasformando in un pericoloso boomerang.

Il film è stato vietato ai minori, un divieto che – come ha osservato Joseph Naumann, arcivescovo di Kansas City – equivale all’ammissione da parte dell’industria (abortista) del cinema che l’aborto è un atto violento. Intanto sulla Planned Parenthood si addensano le ombre di un traffico di organi e tessuti prelevati da feti abortiti, anche se per ora ad avere guai con la giustizia sono solo gli autori delle inchieste che hanno scoperchiato questo vaso di pandora.

Ma il vento sempre cambia. Verrà il giorno in cui anche gli ambientalisti apriranno gli occhi su quel grumo di cellule scartato. Niente da stupirsi se tra uno, dieci o cento anni questa moderna industria dell’aborto pianificato sarà chiamata a rispondere di crimini contro l’umanità. Si vedrà allora chi è stato a tenere acceso il lume della civiltà in un’epoca di barbarie.