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"Il nostro primo quattromila"

Persone e anniversari
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Tutto ha avuto inizio una sera di febbraio con un gruppo di amici di una vita seduti intorno ad un tavolo.

Eravamo a casa di Anna e Dario per la consueta cena a base di bollito. Oltre ai padroni di casa c’erano Emilio, Gabriella, Massimo, Maria, mia moglie Loredana ed io (Marco).

Tra le tante chiacchiere quella sera Anna chiese ad Emilio (il più appassionato tra noi di alpinismo) se fosse disposto a guidarci fino alla Capanna Margherita sul Monte Rosa, ma soprattutto se fosse fattibile per un gruppo come noi, amante della montagna, ma non esperto come lui. Emilio, essendo un gentlemen e non volendo deludere Anna, disse soltanto: “Sì, si può fare”.

Iniziò così l’avventura e da quella sera ci prendemmo l’impegno di allenarci per affrontare quella che per noi sarebbe stata la prima vetta oltre i quattromila metri. Da quel momento ogni quindici giorni siamo andati a fare una camminata in montagna, prima con le ciaspole e, appena la neve lo ha permesso, sui sentieri a distanze ed altezze sempre maggiori.

A maggio, al pranzo degli Amici della Maison des Chamois, abbiamo scoperto che il nostro amico sacerdote don Paolo, nel lontano 1956, aveva celebrato la sua Prima Messa al Cristo delle Vette sul Monte Rosa, raccontandoci nei minimi dettagli la sua impresa di prete novello. Il Cristo delle Vette si trova sulla cima Balmenhorn, a 4.167 metri di quota, esattamente a metà strada tra la capanna Gniffetti e la capanna Margherita. Dopo i racconti del don è aumentata la curiosità di andare proprio lì.

A giugno, dopo qualche uscita un po’ più impegnativa, si sono manifestati i nostri limiti e la nostra meta iniziale sembrava sempre più irraggiungibile. Arrivare a Capanna Margherita non è uno scherzo, ci sono tempi da rispettare, il percorso ha molte insidie, si cammina su un ghiacciaio con lunghissimi crepacci, e nonostante gli allenamenti eravamo troppo lenti. Inoltre, a parte la nostra guida e sua moglie, nessuno sapeva veramente quello che ci aspettava.

Non ci scoraggiammo. Non potevamo rinunciare alla fatica e alla determinazione di cinque mesi in cui abbiamo condiviso questo progetto e questa passione. Decidemmo quindi di puntare sul Cristo delle Vette, meta relativamente più facile. Il nostro amico Emilio, senza dire niente a nessuno, per assicurarsi della cosa andò anche a provare l’escursione.

Siamo partiti il 28 luglio: prima tappa la Capanna Gniffetti con arrivo nel primo pomeriggio. Non è stata un’accoglienza delle più calorose, perché ad un’ora dalla meta ci ha sorpresi una tempesta di neve e acqua così gelida da penetrarci nelle ossa. Vedere Emilio, la nostra guida, tremante e provato dal freddo mentre faceva sicurezza a Gabriella, Anna e Loredana, ci ha scosso un po’ tutti.

Siamo andati a dormire stanchi, ma speranzosi nel giorno dopo. Il nostro risveglio alle 5 del mattino ha portato però il classico mal di quota, nausea e mal di testa. Siamo partiti con determinazione, ma con l’idea di tornare indietro, se qualcuno fosse stato troppo male per proseguire.

Passo dopo passo, una pausa ogni tanto e il Cristo delle Vette era sempre più vicino. Sempre a denti stretti, fino a quell’ultima scaletta che ci separava dal nostro primo quattromila…

Vedere quella statua altra tre metri con le braccia rivolte al cielo, è stata un’emozione fortissima e poi abbiamo trovato una piccola targa che ha retto a tante tempeste, ai piedi del Cristo delle Vette: “Paolo Gariglio, prete novello 8 luglio 1956”.

Non era solo la nostra prima vetta a quattromila metri, ma anche un segno di riconoscenza al nostro amico “don” (… che in questi giorni compie 88 anni).

Chi leggerà queste poche righe in quella che per noi è stata e sarà un’impresa memorabile, forse non troverà nulla di interessante… ma per noi c’è la storia di un gruppo di ragazzi che a fine anni ‘70 fecero l’esperienza dei campi in Valle Stretta e della salita al monte Thabor. C’è quel Don Paolo che nel ‘56 celebrò la sua prima messa a 4.167 mt. sul Monte Rosa e che ha saputo parlarci di fede, di amore, di amicizia. Ci coinvolgeva con i suoi racconti e noi adolescenti cercavamo di fare tesoro di ogni sua parola, spronati a puntare sempre più in alto e a cercare il Cristo dove meno potevi aspettartelo.

Dagli anni dei campi è passato molto tempo, tante cose sono cambiate nella nostra vita, ma le cose importanti, di cui il “don” ci parlava, quelle no. Sono rimaste dentro i nostri cuori, come la nostra amicizia che ci lega ormai da tanti anni. Grazie don, per saperci ancora emozionare e dare sempre stimoli nuovi.

Un grazie anche a Massimo e Maria e alle nostre famiglie che pur non essendo saliti con noi ci hanno aiutato moralmente in tutti questi mesi.

Marco Turina