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Non dimentichiamo le vicende di tanti deportati

Lettere
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Ho partecipato con molto interesse alla serata “In ricordo della memoria” svoltasi in Comune.

Molte sono state le poesie inerenti all’argomento e bravissime le poetesse e i poeti che hanno saputo esprimere con i loro versi la drammaticità contenuta nella loro memoria. Grande anche la presentazione dei tre personaggi che sono Anna Frank, Primo Levi e Liliana Segre tramite i quali si esprime tutta la deportazione del popolo ebraico. Momenti di intensa commozione: certamente in ogni uno di noi non può mancare quell’attimo di riflessione su un truce passato che non si deve dimenticare.

“Questa dovrebbe essere la memoria”, mi sono detta, mentre scorrevano le immagini e ascoltavo quei bellissimi versi. Ma subito nel mio pensiero è scaturita  una parola: “imparzialità”. Mi è sorta una domanda : “Perché questo ricordo è rivolto principalmente alla deportazione di personaggi di religione ebraica?”

Senza nulla togliere all’orrore di questo sterminio, vorrei dare voce anche ad altri che non hanno più voce, iniziando dall’amico Albino che per anni spese la sua vita con i giovani per far conoscere la storia degli oltre 600.000 militari che, come lui, dopo l’8 settembre ‘43 rifiutarono di aderire alla R.S.I. e vennero deportati. Inviato in un campo allora inesistente, trascorse quattro  mesi sotto terra, senza mai uscire, per scavare quei cunicoli che sarebbero poi diventati “la fabbrica della morte”, come venne in seguito definito il campo di Dora. Qui venivano costruite dai deportati le famose bombe radiocomandate V1 e V2.

Anna invece era staffetta partigiana. Dopo tre mesi di detenzione alle carceri Nuove, sottoposta a crudeli interrogatori,  venne inviata al campo di Ravensbruck. Oltre al quotidiano lavoro ed alle molteplici angherie, un giorno venne ricoverata nel reparto patologia e in due giorni, senza alcuna anestesia, le vennero  estratti 15 denti sanissimi...

Giuseppe lavorava alla FIAT Mirafiori, quando nel marzo del ‘44 venne deciso quello sciopero generale che condusse centinaia di operai, definiti sovversivi, nel campo di Mauthausen. Quando totalmente debilitato fu ritenuto non più idoneo al lavoro venne ucciso con un’iniezione di benzina al cuore,,,

Mario aveva 17 anni, una sera venne sorpreso ad aiutare un amico partigiano. Catturato dai tedeschi dopo una settimana di inutili interrogatori venne  spedito al campo Piramidenspitz, sottocampo di Dachau. Lui fortunatamente è ancora fra di noi.

Felice era totalmente sordo; quando i tedeschi entrarono nel cortile del suo laboratorio intimandogli di uscire lui non sentì e venne prelevato a forza. Solo al termine del conflitto, all’avvenuta comunicazione del decesso, si seppe che era stato inviato nel campo di Kirchmoseran vicino a Brandeburgo.

Molte altre sono le tragedie raccontatemi da questi amici deportati e mi chiedo: “Perché tacere su di loro?”

Nel maggio del ’45, finalmente liberi, ci fu un incontro a Mauthausen con il solenne impegno di  ricordare tutti in futuro. Fu redatto quel documento che ancora oggi si ricorda come “il giuramento di Mauthausen”.  Lì questo ricordo si perpetua da ben 74 anni con le rappresentanze di 40 nazioni e la deposizione delle corone da parte delle città medaglia d’oro della Resistenza.

Carla G.