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Se tanto alla fine ...

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- di don Fabrizio Ferrero -
Nella Bibbia è custodito un racconto davvero interessante. Si tratta della storia di Giona
, un profeta vissuto nell'VIII sec. a.C., ma sul quale un ignoto autore ha ricamato una storia per far riflettere i lettori. La trama è semplice. un giorno Dio chiede al profeta Giona di recarsi a Ninive, capitale di un impero, a predicare che la gente si converta. Se non lo faranno, la città sarà distrutta. Giona si rifiuta, ma non se ne dice il perché. Si imbarca e fugge. Una violenta tempesta tuttavia lo insegue. Giona capisce che dietro c'è la mano del Signore e si fa gettare in mare dai marinai. Un grosso pesce (…una balena, nelle canzoni dei bambini) lo inghiotte e lo porta a riflettere sul fondo del mare. Qui cambia atteggiamento. Riportato sulla spiaggia, si reca a Ninive e per tre giorni di cammino fa udire la parola del Signore. La gente si converte: dal re fino al più umile servo, ognuno fa penitenza. Dunque Dio rimette quanto aveva minacciato di fare. Giona ci resta male, contemplando la scena da una collina afosa. Con la parabola di una pianta ombrosa che cresce e muore in un solo giorno, Dio riprende il suo profeta, e gli pone una domanda che resta aperta: "Tu hai pietà per quella pianta [...] e io non dovrei avere pietà di Ninive, quella grande città, nella quale vi sono più di centoventimila persone, che non sanno distinguere fra la mano destra e la sinistra?".

La storia fa riflettere perché negli atteggiamenti e nei sentimenti dei protagonisti l'autore invita a specchiare il nostro cuore. Provo a guardarli da vicino.

C'è innanzitutto la gente di Ninive. Si dice che la loro condotta è malvagia, la loro malizia è salita fino al Cielo. Non ci si sofferma però sui particolari. Non ce n'è bisogno: il degrado è sempre degrado, ognuno se ne accorge. Indulgere a raccontarlo sarebbe anzi (forse) un modo per fiancheggiarlo. Ci si può chiedere però: gli abitanti sono vittime o artefici di questa situazione? Se vittime, di che cosa? Dei tempi? Della cultura o della società cambiate? Sono le congiunture economiche o storiche a determinare la reazione del Cielo? Chi è responsabile? E chi se ne dovrebbe responsabilmente prendere cura?

C'è dunque Dio, che non resta indifferente al male e minaccia distruzione. Ma si commuove, si impietosisce, depone il suo ardente sdegno. Si mostra misericordioso e clemente, di grande amore. Ci si può chiedere: ma è anche un Dio giusto?

In effetti è proprio un Dio così che scatena lo sdegno a sua volta di Giona. Si era rifiutato di andare a Ninive non per viltà, ma perché un Dio che ritratta è la caricatura di Babbo Natale. Minacciare e poi non fare, è solo chiacchierare. Dietro la sua indignazione, però, si staglia un problema più grande e mi pare di cocente attualità.

Un problema di giustizia: quella suprema che proprio Dio dovrebbe rappresentare. Si potrebbe formulare con questa serie di domande: se tanto c'è la misericordia, vale la pena di porsi delle regole? E se non esistono, ci sono modelli da proporre per l'educazione dei più piccoli? La misericordia è l'anestetico dell'esigere? Si può chiedere più serietà (o coerenza) se alla fine è tutto perdonato? E d'altra parte, non sarà poi forse vero che la misericordia è la morale rassegnata di coloro che sono impotenti a far valere i propri diritti?

L'amore infinito implica possibilità illimitate? Ci sarà sempre tempo per cambiare, come un videogame dove esci e riaccendi? Ma se sì, si possono fare scelte definitive? Esistono opzioni fondamentali? Infine: in un mondo adulto, a chi si paga il prezzo della responsabilità?

Se si prende sul serio il dramma di Giona, la finale del racconto resta una domanda aperta, non retorica. E credo che una via per rispondere sia la riscoperta di un sano timor di Dio, che è il Bene. E che oggi ci manca tanto. Non sarà perché alla fine siamo diventati in questa stanca cultura un po' troppo romantici? Un po' troppo, troppo emotivi?

don Fabrizio Ferrero

Parroco S. Edoardo