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Dom, Apr
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Le parole della Misericordia

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- di Enrico de Leon -
Nella lingua ebraica della Bibbia sono molte le parole che indicano il perdono.
Sottolineo solo le tre principali e più usate.

La prima è “selihà o sallah” cioè propenso, incline al perdono. Questo termine ha come caratteristica di avere sempre Dio come soggetto dell’azione: “il malvagio abbandoni la sua via e i suoi pensieri, ritorni al Signore che avrà misericordia di lui, al nostro Dio che largamente perdona” (Is. 55,7).

Dio perdona a prescindere perché è buono, scrive il profeta Amos. Dio si intenerisce davanti alla piccolezza delle sue creature e perdona, un pò come facciamo noi quando i nipotini ci combinano qualche guaio in casa… non è colpa loro, sono così piccoli!

Il secondo termine importante è “nasà”: togliere, eliminare. Qui il soggetto può essere Dio, ma anche l’uomo. In Michea 7,18: “quale Dio è come te che toglie l’iniquità e perdona (elimina) il peccato?” Attenzione però perché il verbo “nasà” ha un duplice significato: non vuol dire solo perdonare-togliere, ma spesso portare. Esodo 19,4: “Vi ho portato su ali d’aquila”. Deuteronomio 1,31: “il Signore tuo Dio ti ha portato come un uomo porta il proprio figlio”.

Questo ci fa capire il grande valore semantico delle parole di Giovanni Battista: “Ecco l’agnello di Dio, colui che porta (perdona) il peccato del mondo”.

Il terzo verbo bilico che indica il perdono è “Kippaer – Kipper”, espiare – cancellare il peccato, da cui arriva la parola ebraica Yom Kippur, il giorno del perdono. E proprio nei giorni di Kippur – ci racconta l’evangelista Marco – portano a Gesù un paralitico perché fosse guarito. “Gesù vedendo la loro fede disse al paralitico: figlio ti sono perdonati i tuoi peccati… Gli scribi pensavano in cuor loro: bestemmia, chi può perdonare i peccati, se non Dio solo?”

Gli scribi meditano le parole di Gesù sulla base della loro tradizione: il perdono dei peccati nella teologia giudaica è una prerogativa assoluta di Dio e nessuno può usurparla, tanto più che Gesù, da buon provocatore qual è, avrà sicuramente usato il verbo “selihà” che solo Dio può usare!

Gli scribi accusano Gesù perché perdonando i peccati si fa come Dio. Dice così il serpente agli uomini: “se mangiate il frutto proibito sarete come Dio”. Farsi Dio è bestemmia, ma gli scribi non capiscono che la vera bestemmia è la loro falsa immagine di Dio, simile all’uomo che non perdona. L’accusa di bestemmia sarà poi la causa della morte di Gesù.

Per noi cristiani il perdono dei peccati è dato dal sacramento della confessione, dall’assoluzione all’inizio di ogni celebrazione eucaristica dopo la recita del Kirie eleison e il “confesso a Dio onnipotente e a voi fratelli” e in momenti straordinari come il giubileo. Ma gli ebrei non avevano e non hanno neppure oggi questi momenti, chiedono perdono a Dio dei loro peccati nel giorno dello Yom Kippur. La ricorrenza è prescritta nella Torah in Levitico 23: “in quel giorno si compirà il rito espiatorio per voi al fine di purificarvi, voi sarete purificati da tutti vostri peccati davanti al Signore”.

La vigilia del kippur in sinagoga ha luogo la solenne confessione dei peccati con un formulario al plurale uguale per tutti in cui si chiede perdono a Dio. E’ giorno di astensione da cibo e bevanda che termina al calare del sole con il suono dello shofar (il corno di ariete) e con un banchetto gioioso perché Dio ha perdonato i peccati commessi durante tutto l’anno passato.

Ai tempi di Gesù, quando a Gerusalemme c’era il Tempio (lo distrussero i Romani nel 70 d.C) il sommo sacerdote confessava i propri peccati, quelli dei sacerdoti, quelli del popolo intero, poi entrava nel “Santo dei Santi” (la stanza più sacra del Tempio), chiedeva perdono a Dio per tutto il popolo, offriva incenso e aspergeva l’altare con il sangue di animali sacrificati. La cerimonia si concludeva lasciando libero nel deserto un capro o un agnello nero, detto capro espiatorio, caricato simbolicamente dei peccati di tutta la nazione.

Torniamo di nuovo alle parole del Battista quando indica in Gesù il vero agnello di Dio, Gesù che dopo il battesimo andrà nel deserto a combattere il male.

Dice il Talmud (la tradizione di Israele): “Per i peccati contro il prossimo il kippur non può portare perdono finché non si è ottenuto il perdono dal prossimo” . Ecco perché nei giorni che precedono la celebrazione gli ebrei chiedono scusa e si riappacificano con i fratelli. Concetto e prassi che ritornano spesso nei Vangeli: “se perdonerete agli uomini il Padre vostro perdonerà a voi”, “va prima a riconciliarti con tuo fratello, poi porta l’offerta all’altare”. Fino all’esempio estremo di Gesù che prima perdona poi supplica: “Padre perdona loro” (Gv. 19,24), perché sia cancellato, tolto il peccato di crocifissione.

Che questo Giubileo ci aiuti a perdonare e ricreare amicizia e armonia per ascoltare su di noi la parola di Gesù: “figlio, ti sono perdonati i tuoi peccati… sii guarito, alzati, prendi la tua barella e torna a casa”.

Enrico de Leon