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Dom, Apr
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Come vivere questo nostro tempo

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- di don Antonio Bortone -
Immersi in un presente infinito e dilatato oppure in una serie interminabile di cose da fare, che si susseguono in modo frenetico e spesso confuso
, ci diciamo e ci convinciamo che non abbiamo mai abbastanza tempo. Non c’è tempo per stare con i figli, non c’è tempo per stare con i nonni anziani, non c’è tempo per… e così via, in un elenco quasi indefinito di cose e di persone per cui non c’è tempo.

Non c’è tempo nemmeno per se stessi, figuriamoci per Dio!

Gli studiosi dei mutamenti che avvengono nella società dicono che grazie alla tecnologia informatica siamo diventati multitasking, cioè capace di svolgere più compiti contemporaneamente. Ma a che pro? E poi sarà vero? Facciamo tante cose, ne iniziamo sempre di nuove e ci capita sovente di constatare che in buona parte non vanno a termine o rimangono incompiute.

Proprio il tempo, questa realtà così difficile da spiegare e da comprendere, fece dire ad Agostino: «Cos’è dunque il tempo? Se nessuno me lo chiede lo so; se lo voglio spiegare a chi mi interroga, non lo so!». Prima e dopo di lui filosofi e ricercatori hanno continuato a interrogarsi sul tema, ma in fin dei conti siamo sempre ricondotti alla nostra vita, una vita che si distende nel tempo. Sant’Agostino ragionava da credente: il tempo è creato, cioè possiamo dire che è un dono di Dio; noi viviamo nel tempo e siamo incamminati verso Dio che è al di là del tempo.

Proviamo a pensarci su, a riflettere sul come noi viviamo il tempo che ci è dato da vivere, sul valore che diamo alle cose o alle persone a cui doniamo il nostro tempo. Il motto, coniato degli avvocati statunitensi,“time is smoney” - il tempo è denaro – è anche il nostro normale modo di pensare?

Le feste cristiane si distendono nel tempo, in quello che viene chiamato “anno liturgico” che ha nella Pasqua di morte e resurrezione del Signore Gesù il suo centro vitale. Stiamo vivendo le sette settimane del tempo pasquale che avrà il suo culmine nel cinquantesimo giorno, la Pentecoste, con il dono dello Spirito Santo effuso sugli apostoli nel cenacolo. Si può dire che lì nasce la Chiesa, la comunità dei battezzati pronti ad annunciare il vangelo a tutti e in tutte le lingue e culture.

Oggi tocca a noi accogliere e credere nella bella notizia e testimoniarla nella vita quotidiana nonostante tutte le paure e le ansie generate dalla precarietà dell’esistenza che sentiamo sempre minacciata da forze oscure e incontrollabili: malattie, dissesti naturali ed economici, terrorismo…

Riconoscere nella fede e nella vita la potenza della resurrezione di Gesù significa vivere «pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi” (1Pt 3,15). Ma per arrivare a tanto è necessario che tutti siamo «concordi, partecipi delle gioie e dei dolori degli altri, animati da affetto fraterno, misericordiosi, umili». E Pietro aggiunge: «Non rendete male per male né ingiuria per ingiuria, ma rispondete augurando il bene”.

Se restiamo saldi nella fede possiamo vincere la paura: «La paura – dice papa Francesco – è un atteggiamento che ci fa male, ci indebolisce, ci rimpiccolisce, ci paralizza…».

L’invito è a non aver paura di essere accoglienti, di metterci in gioco anche quando si è chiamati direttamente in causa dalle situazioni difficili, dalla necessità di condividere il necessario, dall’aumento di persone in difficoltà, in particolare di chi scappa da situazioni impossibili e infernali e si trova di fronte un’Europa incapace di solidarietà e condivisione.

Un appello. Lo riprendo da una lettera al quotidiano Avvenire di 40 membri della Famiglia Comboniana: «Vogliamo riaffermare la nostra solidarietà al fianco dei nostri fratelli e sorelle che giungono da noi in fuga da guerre, persecuzioni, dittature e crisi ambientali. Vogliamo esprimere l’inequivocabile condanna del recente accordo tra l’Unione Europea e la Turchia sulla questione dei migranti. Mentre l’Europa è impegnata a costruire barriere per bloccare l’esodo dei profughi troppo poco viene fatto per mettere fine ai conflitti armati che sono alla radice delle migrazioni forzate. Chiediamo ai nostri governi di interrompere la vendita di armi a nazioni in guerra”.

Don Antonio Bortone

Parroco Maria Regina Mundi