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Dal caos alla bellezza

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- di don Alberto Vergano -
Per lungo tempo ho pensato che l'opposto del caos fosse l'ordine, fino a quando,

nel mese di gennaio, agli esercizi spirituali per i preti a cui ho partecipato, ho sentito pronunciare questa frase: “il vero passaggio non è dal caos all'ordine, ma dal caos alla bellezza”. Questa espressione mi ha molto colpito: mettere in ordine il caos è quello che proviamo a fare noi umani, con alterni risultati. Trasformare in bellezza è mestiere di Dio. È una prospettiva decisamente affascinante, forse perché il periodo che stiamo vivendo è effettivamente un po’ caotico (a livello personale, comunitario, sociale), e perché riconosciamo che i nostri tentativi di ordine portano a scarsi risultati.

Tra le pagine della Parola di Dio, spesso si sovrappongono nello stesso termine i significati di “bello” e di “buono”: a tutti forse è capitato di dire “quella è una bella persona”, sottintendendo la percezione di aver incontrato una persona buona e bella insieme, al di là di tutti i criteri esteriori. Nei racconti della Genesi, si dice che Dio crea il mondo attraverso la sua Parola, e che lo fa proprio a partire dal caos degli elementi. Alla fine di ogni giorno della creazione, il testo dice che Dio “vide che era cosa buona/bella”. Nel vangelo sentiamo spesso di Gesù che incontra folle disordinate e segnate da alterni sentimenti (un giorno lo osannano vedendolo entrare in Gerusalemme, qualche giorno dopo lo condannano con dei “crocifiggilo” spietati). Questa gente pian piano si trasforma in un popolo di persone riconciliate.

In qualche modo, nei nostri traballanti cammini di fede, possiamo sentirci parte di questa azione di trasformazione del mondo, che il Signore continua ad operare incessantemente. Forse la quaresima è proprio quel tempo in cui possiamo tornare a percepire l’opera trasformante di Dio nella nostra vita. Con una grande serenità, riconosciamo che è Lui che si prende cura del nostro caos e che passo dopo passo lo trasforma in bellezza. Il nostro impegno quaresimale potrebbe essere quello di “accordarsi” con quest’azione di Dio in noi, di non ostacolarla, di prenderne coscienza. Il deserto, così tanto richiamato nei quaranta giorni che precedono la Pasqua, può essere il luogo interiore dove tornare a percepire l’incessante opera di Dio in noi. Potremmo aiutarci a vicenda ad attingere a quel luogo profondo della nostra vita, dove Dio pronuncia la sua Parola creativa.

L’evangelista Giovanni utilizza quel termine che significa sia “buono” che “bello” al capitolo 10 del suo vangelo, riportando le parole di Gesù che definisce se stesso come il pastore “buono/bello” delle pecore. Lì abbiamo una sintesi del modo con cui il Signore opera questa grande trasformazione del mondo: si dice che è venuto per “deporre” la sua vita a favore delle pecore. Mette, cioè, completamente la sua vita nelle nostre mani, così come contempleremo nella Passione, il Venerdì Santo, e come viviamo ogni volta che celebriamo l’Eucaristia. È decisamente lontano dai nostri canoni pensare che si possa ridurre il caos e trasformarlo in bellezza consegnando la propria vita in mano altrui, soprattutto se l’altrui è colui che ti inchioda su una croce. Ma intuiamo che il mistero della Pasqua inizia proprio di lì e che in quella consegna di se stesso il Signore opera la più grande trasformazione che si possa immaginare. Anche la morte non resisterà ad un Dio che rinuncia ad usare la forza e la potenza per vivere un Amore illimitato fino alla fine.

Il Triduo pasquale racchiude in sé una forza di trasformazione che sarebbe un vero peccato perdersi: abbiamo bisogno anche noi di consegnare la nostra vita nelle Sue mani, di “deporla” come ha fatto il Signore, per vederla trasformata dalla stessa forza che trasforma il pane in presenza di Dio. Sentiamo il bisogno che questa trasformazione “eucaristica” tocchi il profondo delle nostre vite comunitarie, che ci stimoli sempre di più a riconoscere la bellezza racchiusa nelle persone attorno a noi, e a consegnarci l’un l’altro gli spazi caotici e disordinati delle nostre vite, per farli diventare spazi di misericordia.

Compiere la via della Croce ci aiuta ad aver il coraggio di affrontare i momenti difficili della nostra vita senza perdere la speranza, ma sentendo invece che proprio lì siamo parte attiva di questa trasformazione del mondo. Nella profondità della veglia pasquale torneremo a toccare con mano tutta la storia della salvezza di cui siamo parte, dal caos degli inizi alla bellezza della Risurrezione. Sentiamo il bisogno di fare lo stesso itinerario come persone e come comunità, per offrire a tutti quelli che incontriamo la solida speranza che l’opera di Dio non si è interrotta, ma che continua a trasformare il nostro mondo verso la gioia della bellezza pasquale.

Don Alberto Vergnano