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Bibbia per tutti - Abramo e Sarai

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Nel libro della Genesi troviamo un episodio che viene raccontato tre volte:

due volte ha come protagonista il patriarca Abramo, la terza invece suo figlio Isacco.

Abramo, dopo l’incontro con Dio e l’invito ad andare in Palestina, si è fermato vicino a Betel (paese che vuol dire “casa di Dio”) e qui fa il pastore seminomade con famiglia, servi e suo nipote, ma a un certo punto “venne una carestia e Abram scese in Egitto” (Gen. 12,10). In pratica è costretto a migrare verso il ricco Egitto per la carestia che ha colpito le popolazioni della penisola sinaitica, come capitava spesso in quei tempi. Abramo continua ad essere un migrante, uno straniero che non riesce a trovare un luogo in cui fermarsi: è l’itinerario che farà in senso inverso il popolo di Israele una volta liberato da Mosè.

Al confine con l’Egitto avviene questo strano colloquio. Abramo dice alla moglie Sarai: “vedi, io so che tu sei una donna di aspetto avvenente. Quando gli egiziani ti vedranno penseranno che tu sei mia moglie e mi uccideranno, mentre lasceranno te in vita. Dì dunque che sei mia sorella, perché io sia trattato bene per causa tua e sopravviva grazie a te”. Non sono parole di un marito signore e padrone, ma parole di uno che se la fa sotto per la paura non sapendo quale siano la cultura e la morale del paese in cui sta entrando. Quanti esempi simili potremmo trovare nelle odierne migrazioni! Quanti atteggiamenti e comportamenti che non riusciamo a capire sono legati alla stessa paura!

A questo punto ci viene in aiuto un antico racconto rabbinico che spiega: “allora l’Egitto intero si illuminò per la bellezza di Sarai, al suo confronto tutte le altre donne, anche le più seducenti, parevano bertucce! Sarai era persino più bella di Eva. Gli ufficiali del faraone presero allora a contendersela a suon di cifre sempre più alte”. Il faraone viene a sapere dell’arrivo di questa sorta di Miss Palestina… e “così la donna fu presa e condotta nella casa del faraone” (Gen. 12,15). Vedete, erano partititi da Betel, dalla casa di Dio, e ora sono a casa del dio dell’Egitto, dall’unico vero Dio sono passati a un semplice uomo che però si crede il dio del suo paese, dalla tenda di Abramo alla reggia di un idolo. Ma Abramo fa un vero e proprio affare: “A causa di Sarai il faraone trattò molto bene Abramo che ricevette greggi, armenti, asini, schiavi e schiave, asine e cammelli” (Gen. 12,16). Non sono regali fatti ad Abramo per tenerlo buono, ma è il prezzo dell’acquisto di una moglie, la dote che il futuro sposo pagava alla famiglia della sposa. Abramo si arricchisce grazie a colei che tutti pensano sia sua sorella, promessa sposa del faraone. I racconti rabbinici narrano che subito dopo la cerimonia nuziale davanti agli idoli d’Egitto Sarai aveva paura, “quando però, invisibile al sovrano, le apparve un angelo che la esortò a farsi coraggio dicendole: non aver paura, perché Dio ha ascoltato la tua preghiera”. Quella notte, dopo aver a lungo pregato, Sarai deve accogliere in camera sua il faraone, “ma quando il sovrano fece per accostarsi a Sarai apparve un angelo armato di scudiscio; appena egli sfioro la mano dell’amata gli assestò un colpo sulla mano. La stessa cosa accadde quando il faraone tentò di sfiorarle la veste…” e così via, lui si avvicinava e giù botte! Ve la immaginate la scena? Dopo un po' il faraone torna in camera sua un po’ indolenzito…

Il giorno dopo “il Signore colpì il faraone e la sua casa con un grande calamità” (Gen. 12,17, il testo originale dice “con grandi piaghe”. Lo scrittore sacro collega con un filo rosso Abramo con Mosè per ricordare a chi legge che solo per l’intervento di Dio il popolo fu liberato dalla schiavitù… e Abramo dai casini in cui si era cacciato.

Come termina il racconto?

Il faraone scopre la verità e convoca Abramo dicendogli: “cosa mi hai fatto? Perché non mi hai dichiarato che Sarai era tua moglie? … Ora eccoti tua moglie: prendila e vattene!” (Gen. 12, 18-20). In pratica lo scortano fino al confine e Abramo se ne torna a Betel, molto più ricco e potente di quando è partito.

Che dire? Una storia da Pio e Amedeo, da un milione di visualizzazioni su Tik Tok: come ti frego il faraone e la faccia franca. Sicuramente di notte attorno ai fuochi i beduini, i seminomadi si divertivano a raccontare e ricordare di come i loro antenati si fecero beffe dei ricchi e potenti sedentari con storie di truffe come questa che poi sono finite nelle tradizioni scritte dei popoli antichi e nella Bibbia. Ma il racconto ci vuol dire che Dio non lascia naufragare la sua opera, nonostante i goffi tentativi e le paure dell’uomo per tirarsi fuori dai guai, i suoi maneggi, gli affari poco puliti e non lo punisce per le sue miserie, perché capisce la sua debolezza. Del resto anche Gesù racconta la storia dell’amministratore furbetto, maneggione e fifone che truffando riesce a cavarsela. Ci ricorda la misericordia di Dio verso le nostre imperfezioni (andate a vedere Luca 16, 1-12).

Avrà capito Abramo il suo errore?

No! Nel capitolo successivo farà il bis nei confronti di un re cananeo di nome Abimelek e, come se non bastasse, al capitolo 26 anche suo figlio Isacco ripete lo stesso scherzo facendo passare la moglie Rebecca come sua sorella arricchendosi tantissimo.

Buona Bibbia e buona estate a tutti.

Enrico de Leon