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- di don Gianfranco Sivera -
Molti anni fa, davanti alla porta d’ingresso di una città, sedeva un monaco con un giovane discepolo.

Arrivò un mercante e chiese: “Come sono gli abitanti di questo paese?” Il monaco a propria volta domandò: “Com’era la gente del paese da dove provieni?” Il commerciante con rabbia rispose: “Erano tutti cattivi, avari, insopportabili”. Ed il monaco a lui: Anche qui sono tutti cattivi, insopportabili, avari”.

Dopo un po’ di tempo, arrivò un altro commerciante e anch’egli pose la stessa domanda: “Come sono gli abitanti di questa città?” Il monaco di nuovo ribatté: “Com’erano gli abitanti che hai lasciato al tuo paese?”. Il mercante rispose: “Purtroppo ho dovuto lasciare la mia casa per lavoro, per vendere anche altrove la mia merce. Ma mi dispiace parecchio. La gente del mio paese è cordiale, generosa, buona”. E il monaco subito disse: “Sei fortunato, perché anche gli abitanti di questa città sono cordiali, generosi, buoni”.

Appena il commerciante si fu allontanato, il discepolo sbigottito si rivolse al monaco: “Non capisco maestro. Perché hai dato due risposte opposte? Come è possibile?” Il monaco spiegò: “Noi vediamo soltanto ciò che vogliamo vedere e troviamo soltanto ciò che cerchiamo. Ciò che vediamo non è altro che ciò che siamo!”

“Se il tuo occhio è puro, tutto il tuo corpo sarà nella luce…” (Matteo 6,22) È questa la parola di Gesù, che sembra proprio dare ragione a questo saggio monaco. Con il suo esempio, ci offre un prezioso suggerimento per iniziare nel migliore dei modi questo nuovo anno pastorale.

Ricominciamo, fin dai questi giorni di settembre, a vedere noi stessi, gli altri, la società, il mondo con lo sguardo di chi sa scorgere tra tanto male il desiderio e la luce del bene. Quanta necessità abbiamo oggi d'imparare a guardare! La difficile situazione che stiamo vivendo genera preoccupazione, paura, sconforto: per questo servono occhi capaci di fendere il buio della notte, di alzare lo sguardo oltre il muro per scrutare l'orizzonte e trovare pace e conforto.

Uno sguardo che tocca la realtà, ma anche il cuore, è uno sguardo che la realtà la trasforma. Non è uno sguardo che ti lascia dove sei, ma che ti porta su, ti solleva, ti invita e ti aiuta ad alzarti. È uno sguardo di svelamento. Là dove noi vediamo solo un limite, l’occhio del poeta e dell'artista, ma anche di chi si lascia abbagliare  dalla luce della fede, costruisce passaggi, apre brecce negli sbarramenti, scorge i segni di una realtà più bella e più grande. Abbiamo tanto e tutti bisogno di questo sguardo!

È sempre possibile vedere il bene, se lo si vuole veramente, ed è per questo che  noi cristiani  ogni giorno preghiamo, perché «Dio illumini gli occhi del nostro cuore per farci comprendere a quale speranza ci ha chiamati'» (Ef 1,18).

Quando, nel 1954, don Lorenzo Milani venne inviato a Barbiana, quella che gli era stata assegnata non era più da tempo una parrocchia vera e propria: era una chiesetta sperduta in mezzo alla montagna e quasi disabitata, dove non arrivava neppure l’energia elettrica. Ma lui non considerò mai quella destinazione come una pena da scontare per poi tornare alla vita normale, come un incidente di percorso, bensì come ciò che  dava un senso nuovo a tutta la sua vita. E dal niente di Barbiana, fece nascere una scuola che sarebbe diventata un punto di riferimento per mezza Europa. Era infatti consapevole - e aveva certamente ragione - che la povertà peggiore consiste nella diprivazione dell’istruzione, della capacità di esprimersi, e che dunque ai poveri deve essere restituita prima di tutto la parola.

In quel suo miracolo vediamo un esempio straordinario di quello che ho sentito ripetere spesso da persone semplici, ma sagge come il monaco davanti alla porta della città: «Non puoi mai sapere prima se quello che ti accade è per il tuo bene o per il tuo male, anche perché se sarà un bene o un male dipende in gran parte da te stesso».

Buona ripresa a tutte e a tutti. Con affetto, stima e riconoscenza.

Don Gian Franco Sivera

Parroco Madonna della Fiducia e San Damiano