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Sab, Lug
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Bibbia per tutti - Le Lamentazioni di Geremia

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Come (in ebraico si dice ‘Ekāh) mai siede solitaria

la città ricca di popolo? (è Gerusalemme dopo la distruzione)

E’ divenuta come vedova.

Piange, piange nella notte

e le lacrime scendono sulle guance.

Non ha un consolatore

tutti i suoi amici l’hanno tradita”.

Inizia così il piccolo libro, solo 5 capitoli, che le nostre Bibbie chiamano “Lamentazioni” e che i nostri fratelli ebrei per l’appunto titolano ‘Ekāh (“come?”) dalla prima parola di questa raccolta di “Quȋnot”, cioè lamenti da funerale con cui il Talmud Babilonese chiama il libro.

Si pensa che la composizione di queste cinque “qināh” (lamento, ma anche composizione poetica triste o di lutto) sia databile tra il 586 e il 538 a.C. , ossia tra la distruzione di Gerusalemme e del Tempio ad opera dei babilonesi ed il ritorno in Giudea di un buon numero di figli e nipoti dei deportati a seguito all’editto di Ciro.

Chi le ha scritte?

La tradizione antica le attribui al profeta Geremia grazie ad un versetto del 2° libro delle Cronache. “Geremia compose un lamento sul re Giosia. Tutti lo ripetono ancora oggi, è diventata una tradizione in Israele, esso è inserito tra i lamenti (quȋnot)”. Ciò ha fatto sì che la versione greca della Bibbia (chiamata “dei Settanta”) e quella tradotta in latino da S. Girolamo (detta “Vulgata”) si aprissero con un’aggiunta al testo ebraico che diceva così: “Dopo che Israele era stato condotto in schiavitù e Gerusalemme resa deserta, avvenne che Geremia si sedette piangendo e compose questo lamento funebre...”

Ogni capitolo di questa raccolta è composto da 22 versetti, ogni versetto inizia con una lettera dell’alfabeto ebraico: il primo con l’alef, il secondo con la beth, fino all’ultimo con la tau… noi diremmo dalla A alla Z. La terza cantica, invece, quella che sta al centro, ha 66 versetti (3x22) anch’essi in ordine alfabetico. Ciò fa sì che, come ricorda Enzo Bianchi, “i 154 versetti delle Lamentazioni rappresentano sette volte le ventidue lettere dell’alfabeto. Ecco dunque il simbolismo che racchiudono: i sette giorni della creazione trovano il loro opposto nei sette giorni dell’anticreazione, nei giorni della distruzione in cui le ventidue energie di Dio escono da Lui per portare rovina… Se Israele esultava per le ventidue lettere con cui fu donata la Legge, ora può soltanto piangere e lamentarsi”.

La prima lamentazione è un pianto collettivo sulla desolazione della Città Santa , ormai distrutta con un ritornello che si ripete cinque volte: “nessuno la consola – non c’è chi mi consoli – non c’è consolatore”. Prima è il profeta a descrivere il lutto di Gerusalemme e la miseria dei sopravvissuti; poi è la stessa città a piangere sulla propria sorte e a chiedere il perdono a Dio per la propria infedeltà: “Il Signore è giusto perché sono stata ribelle alle sue parole! Oh ascoltate popoli tutti e osservate il mio dolore… vedi signore quale angoscia è la mia a causa delle mie colpe”.

Nella seconda lamentazione collettiva si sottolinea come Dio è diventato il nemico del suo popolo. Ma si critica anche la parola di sedicenti profeti che hanno sbagliato le previsioni e illuso il popolo con “cose vane e insulse”.

La terza lamentazione, quella più lunga, è invece un lamento individuale, un salmo di supplica, un canto che ricorda quelli del “servo sofferente” del profeta Isaia e che si conclude con un afflato di fiducia verso Dio per il perdono dei peccati e il suo ritorno all’amore verso Israele: “esaminiamo le nostre vie e scrutiamole, torniamo al Signore! Egli ha udito la mia voce, ti sei accostato quando t’ho chiamato e mi hai detto non temere...”

La quarta lamentazione descrive nuovamente la distruzione di Gerusalemme: “si consumano i nostri occhi in cerca di un vano soccorso”.

La traduzione latina ha titolato “Preghiera di Geremia” la quinta lamentazione che è composta da 22 versetti questa volta non alfabetici. E’ una preghiera corale a Dio: “ricordati Signore di quanto ci è accaduto, guarda e considera… orfani siamo diventati… siamo esausti, non ci è concesso riposo”. I versetti finali, che concludono il libro, sono però un forte invito alla fiducia e alla speranza: “ma tu Signore, davvero ci vuoi dimenticare per sempre? Facci tornare e noi ritorneremo! Rinnova i nostri giorni come ai tempi antichi”.

La liturgia cattolica legge queste 5 lamentazioni durante la Settimana Santa nel ricordo della tomba chiusa di Gesù di fronte a quella che sembra la sua sconfitta. I nostri fratelli ebrei leggono e cantano questo libro nella ricorrenza del non giorno del mese di Av (luglio-agosto) in cui ricordano le distruzioni di Gerusalemme (587 a.C. - 70 d.C. - 135 d.C.), tutte avvenute nello stesso giorno.

Vi auguro buone vacanze, ma ricordate di portare con voi la Bibbia e di usarla qualche volta!

Enrico de Leon