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Pasqua, siamo fatti per la vita!

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- di don Mario Aversano -
«Volevo dire che io la voglio la vita, farei qualsiasi cosa per poter averla, tutta quella che c'è,

tanta da impazzirne, non importa, posso anche impazzire ma la vita, quella non voglio perdermela, io la voglio, davvero, dovesse anche fare un male da morire è vivere che voglio. Ce la farò, vero?» (A. Baricco, Oceano mare).

Siamo fatti per la vita! Di questo parla la Pasqua. Di una scommessa aperta, di una partita tutta da giocare, anzi di un intero campionato, domenica dopo domenica. Dal giorno della risurrezione di Gesù continuiamo ad accettare la sfida di rialzarci dopo la sconfitta, di riprendere il cammino, di non coricarci sul nostro dolore, di non cedere al pessimismo e alla lamentela o non farne comunque la parola definitiva. Perché – a dire il vero – qualche volta si scoraggiamo: la paura di non farcela, il disgusto per le ingiustizie, la rabbia per l’impotenza, l’oscenità del male ci impressionano. Tutti noi conosciamo le vigliaccate del genere umano: gli egoismi, le ruberie, le violenze, le ipocrisie. O, banalmente, la superficialità dilagante. Non solo quella degli “altri”. Anche la nostra.

Chi può credere di non c’entrare nulla con il male? Di essere innocente? Eppure, nessuno dei nostri limiti o dei nostri errori può impedirci di ricominciare un’altra volta e un’altra ancora e ancora. E questo, perché Lui ha creduto in noi, ha voluto noi, ci ha voluti suoi fratelli. Il Risorto rimane crocifisso, inguaribilmente ferito da una profonda passione d’amore per noi.

Nella difficoltà di raccontare oggi il mistero della Pasqua – ai giovani come agli adulti – e, particolarmente, l’evento della risurrezione dei morti, mi affascina il commento di un adolescente che mi dice: «Ce l’avessi un motivo per cui vivere al punto da essere disposto a morirci! Di Gesù è questo che mi colpisce: ha fatto ciò che ha voluto, ha scelto chi voleva essere, è stato amico fino alla fine». Me le sono legate al dito queste parole. Quel giovane si è sentito provocato dal fatto che Gesù avesse uno scopo.

D’altra parte, senza scopo che cosa resterebbe di noi? «Produci, consuma e …crepa», ripete l’attore Ascanio Celestini in un monologo teatrale che sintetizza la folle corsa del mondo. Qualcuno, alla ricerca di un nemico da incolpare, ripete: «Odia, disprezza, respingi». Altri pensano: «Arràngiati, sbàllati, evadi». La delusione può intossicare le nostre aspirazioni. O, inaspettatamente, attivare nuove ricerche: «Studiate, viaggiate, generate» dice un’insegnante ai suoi studenti; «Svegliati, pulisci il mondo, solidarizza» ripetono per le strade alcuni manifestanti. «Andate, perdonate, annunciate il Vangelo» dice il Risorto ai suoi discepoli.

Quale programma consegna la Pasqua a ciascuno di noi e alle comunità di cui facciamo parte? Il comando di Gesù di tornare in Galilea, a casa loro, sembra suggerire ai discepoli la possibilità di ridare colore e oliare gli ingranaggi sbiaditi e inceppati del quotidiano. «Ecco, io faccio nuove tutte le cose» (Ap 21,5): il Risorto agisce nella mente e nei cuori dei credenti perché diffondano il sapore del Vangelo nella pasta del mondo, attraverso quella che Papa Francesco chiama la santità del quotidiano: «Mi piace vedere la santità nel popolo di Dio paziente: nei genitori che crescono con tanto amore i loro figli, negli uomini e nelle donne che lavorano per portare il pane a casa, nei malati, nelle religiose anziane che continuano a sorridere. In questa costanza per andare avanti giorno dopo giorno vedo la santità della Chiesa militante. Questa è tante volte la santità “della porta accanto”, di quelli che vivono vicino a noi e sono un riflesso della presenza di Dio, o, per usare un’altra espressione, “la classe media della santità”».

Il Signore stesso si è fatto porta (Gv 10,7), si è messo accanto a noi, si è reso Dio raggiungibile persino nei nostri smarrimenti. La Pace che il Risorto dona al mondo non sia declassata a vago augurio di serenità, ma l’esperienza di aver ricevuto con la vita anche uno scopo e la forza per viverla «come in cielo, così in terra».

Don Mario Aversano