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E' Quaresima, diamoci da fare!

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- di don Gian Franco Sivera -
Nei giorni precedenti la visita di Papa Francesco

a Torino, nel giugno 2015, l’Arcivescovo Cesare, con una certa insistenza e comprensibile preoccupazione, via sms cercava chi come me era coinvolto nei preparativi, scrivendo con insistenza: “Mi raccomando: datti da fare!”.

“Darsi da fare" è un’espressione molto comune tra persone che hanno obiettivi, scadenze, ristrettezze di tempo. Fa un po’ parte dell’umanità, in ogni luogo e in ogni tempo, “darsi da fare” per qualcuno, per qualcosa, per un progetto, per una “causa”, per un futuro migliore.

Il non darsi da fare è sinonimo di noia, apatia, abulia, forse è già l’anticamera della morte. I bisogni, gli “appetiti” (li chiamavano i medioevali), basandosi su istinti fondamentali sono il primo motore del nostro darci da fare. E’ così per il cibo, il riposo, la vita sessuale, il desiderio di conoscenza; ma, in seconda battuta, lo è anche per denaro e potere. Per tutte queste cose, in maniera diversa, a seconda dei soggetti coinvolti e delle circostanze, noi ci diamo da fare.

Anche  Gesù ci chiede di “darci da fare”. Basta ascoltare l’apostolo Giovanni che in occasione della moltiplicazione dei pani ci riporta queste parole: “Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà”.(Gv. 6,24-35) Il prosieguo del brano non lascia spazio a dubbi: il “cibo che rimane” è credere in Lui, è nutrirsi di Lui. Si potrebbe semplificare  dicendo che il vero cibo è Lui e il vero darsi da fare è per Lui e per il suo Vangelo. Scriveva un grande teologo del XX secolo,von Balthasar: «Chi vuole più azione ha bisogno di migliore contemplazione; chi vuole fare di più, deve ascoltare e pregare più profondamente».

La Quaresima che abbiamo iniziato è un’ottima opportunità che la Chiesa saggiamente ci offre, per “darsi da fare “ per Gesù e il suo Vangelo. E’ un dono grande perché ci permette, se vissuta correttamente, di controllare  le domande meno profonde, “gli appetiti” della natura e quindi più istintivi, affinché possa esplodere  la sete di Dio e il bisogno di tornare incontro al Padre come il figliol prodigo.

Nella durata simbolica dei 40 giorni - tempo biblico del peregrinare dell’uomo sulla terra, tempo di attesa, di lotta, di ricerca - la Chiesa si lascia introdurre in un intenso itinerario di conversione, che ha per cardini l’ascolto  della Parola di Dio, le celebrazioni liturgiche e sacramentali, il digiuno e la carità.

Queste tipiche “armi del combattimento” del tempo quaresimale devono essere vissute nell’equilibrio tra il coinvolgimento personale e quello comunitario e sociale.

Vi propongo quindi una serie di piccoli esercizi, affinché questo tempo di grazia lasci una traccia profonda nella nostra vita.

Prima di tutto è bene dedicare un tempo un po’ più prolungato del solito alla preghiera quotidiana. Magari una volta la settimana sarebbe bello sostare in silenzio di fronte a Gesù presente nel tabernacolo, partecipare all’antica ma sempre suggestiva Via Crucis nei venerdì di quaresima e soprattutto celebrare con maggior consapevolezza il Sacramento del Perdono e l’Eucarestia domenicale.

Questo per quanto riguarda la vita nello Spirito, ma dobbiamo darci da fare anche nell’esercizio dell’impegno nella società civile, perché è nel mondo che siamo chiamati a far risplendere la luce del Vangelo, come ricorda Papa Francesco: «l’evangelizzazione non sarebbe completa se non tenesse conto del reciproco appello, che si fanno continuamente il Vangelo e la vita concreta, personale e sociale, dell’uomo».

Vi suggerisco quindi due importanti impegni che come singoli, ma anche come comunità cristiane possiamo attuare: incentivare lo studio, l’approfondimento e la capacità di analizzare le questioni sociali, economiche e politiche con meno approssimazione  e improvvisazione e soprattutto  vincere la tentazione, come ha recentemente ricordato il presidente Mattarella, “della chiusura in se stessi, per individui, per gruppi sociali, per realtà nazionali…”

Due elementi questi – studio e superamento di ogni forma di chiusura - di cui abbiamo veramente  grande bisogno tutti, anche noi cristiani. E’ bene non dimenticarcelo!

Don Gian Franco Sivera
Parroco
Madonna della Fiducia e San Damiano

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