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Bibbia per tutti - Il Cantico dei Cantici (2)

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Il mese scorso abbiamo iniziato a conoscere il Cantico dei Cantici, quest’opera attribuita al re Salomone,

ma che trova la sua redazione finale intorno al 4° secolo a.C. Otto capitoli, 117 versetti che raccontano l’amore tra due giovani, il loro incontrarsi, il loro perdersi, il ritrovarsi, le nozze: un lungo racconto d’amore, tra alti e bassi, tra slanci di passione e momenti di crisi e abbandono.

Ecco perché il Cantico può essere letto e commentato in diversi modi.

1) Racconto di una storia d’amore tra un lui e una lei, in un ambiente contadino: “vieni amore mio, andiamo nei campi, passiamo la notte nei villaggi. Di buon mattino andremo per le vigne: vedremo se la vite ha messo le gemme, se sbocciano i fiori, se fioriscono i melograni, là ti darò le mie carezze!” (Ct 7,12-13).

Forse un amore contrastato… i due sono attratti, ma in una cultura dove i matrimoni tra poveri sono tutti combinati non hanno il consenso genitoriale. “Se tu fossi mio fratello (si lamenta lei) trovandoti fuori di casa ti poteri baciare e nessuno potrebbe disprezzarmi”. Alla fine l’amore trionfa e i due potranno dare inizio alla loro storia.

2) Racconto dell’amore tra il grande re Salomone e una delle mogli del suo vasto harem. Si legge in 1 Re 11, 3-8 “Salomone aveva settecento principesse per mogli e trecento concubine”. Difficile capire di chi si parli… Alcuni invece ritengono si parli della regina di Saba che Salomone non riuscì mai a sposare. Alcune volte nel testo la ragazza è chiamata per nome “Volgiti, volgiti Sulammita, voglio ammirarti! Che cosa ammirate nella Sulammita durante la danza a due schiere? Come sono belli i tuoi piedi nei sandali, figlia di principe!” (Ct 7, 1-2). Qui si capisce che siamo a corte , durante una festa in cui la ragazza balla ed è ammirata.

Altrove troviamo rimandi alla vita di Salomone. “Ecco la lettiga di Salomone, sessanta uomini le stanno intorno, tra i più valorosi di Israele … uscite figlie di Sion (n.d.r altro nome di Gerusalemme), guardate il re con la corona nel giorno delle sue nozze, giorno di letizia del suo cuore!

I due protagonisti sono uniti soprattutto da una realtà che in italiano non si può rendere: Shelomo (Salomone: uomo di pace) e Shulammit (Sulammita: colei che procura pace) a meno di tradurre i due nomi con Pacifico e Pacifica. Nomi che richiamano allo “shalom”, la pace, il dono più importante che solo Adonaj Shalom cioè il Signore della pace può regalare.

Sembra che il testo voglia dirci: solo l’amore in ogni sfaccettatura può portare la pace, può far apprezzare la vita, può far volare in alto distruggendo ogni impulso al male, può mettere in secondo piano e annullare disvalori come il denaro, il potere e l’arroganza.

3) La terza interpretazione, quella simbolica, presenta il Cantico come la descrizione del lungo rapporto d’amore tra Dio (lo sposo) ed Israele (la sposa) e per estensione tra Dio e la Chiesa e tra Dio ed ogni essere vivente.

Rashi, rabbi ebreo medievale scrive: “nel cantico Salomone ha parlato in profezia dell’uscita dall’Egitto, del dono della Torah, della Tenda, dell’ingresso nella Terra promessa, del Tempio, dell’esilio babilonese… dai giorni del nostro padre Abramo fino ai giorni del Messia”.

Le parole della sposa “trascinami con te, corriamo” (Ct 1,4) descrivono il cammino d’Israele nel deserto verso la Palestina; “mi introduca il re nelle sue stanze, gioiremo e ci rallegreremo… a ragione di Te ci si innamora” (Ct 1,4) parlano del Tempio e della liturgia sacra. L’espressione “il mio amato e mio e io sono sua” ricorda l’alleanza sul monte Sinai tra Dio e Israele. Il lamento della sposa (Ct 5, 6-7) “il mio amato se n’era andato via, era scomparso!” ricorda la distruzione di Gerusalemme, il silenzio di Dio, la sua lontananza da Israele. “Chi sta salendo dal deserto come una colonna di fumo?” (Ct 3,6) richiama la colonna di fuoco con cui Dio scortava Israele nel deserto del Sinai.

Chi sta salendo dal deserto abbracciata al suo Amato?” (Ct 8,5). I nostri fratelli maggiori nella fede, gli ebrei, leggono e pregano il Cantico dei Cantici il settimo giorno della festa di Pasqua. Scrive rabbi Elia Artom che tale lettura ha un doppio motivo. La festa segna l’inizio della primavera a cui si inneggia nel Cantico “alzati amica mia, mia bella vieni, perché l’inverno è passato, è cessata la pioggia. I fiori sono apparsi nei campi” (Ct. 2, 10-12) e questo in modo allegorico si riferisce all’amore di Dio per il suo popolo in particolare a tutte le liberazioni da schiavitù e persecuzioni, visibili segni di questo amore.

Nelle sinagoghe orientali il Cantico è letto ogni venerdì sera come inno al Sabato che sta sbocciando. La liturgia cattolica usa il Cantico per le celebrazioni matrimoniali, in particolare i capitoli 2 e 8, e per le feste mariane con il capitolo 6: “chi è costei che sorge come l’aurora, bella come la luna, immacolata come il sole? La vedono i giovani e la chiamano beata”.

Buon Avvento a tutti!

Enrico de Leon