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Il Mese di Maria

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- di don Fabrizio Ferrero -
Stiamo
entrati nel mese di maggio, un tempo dedicato notoriamente alla devozione mariana. In molte strade e piazze delle nostre parrocchie c’è la possibilità di recitare insieme il S. Rosario:

preghiera antichissima, che ha accompagnato momenti importanti di tante nostre famiglie. Il beato Paolo VI, in una delicata esortazione apostolica intitolata Il culto verso Maria (Marialis cultus), ne incoraggiava la pratica, e invitava a lasciarsi conquistare dal carattere contemplativo delle sue preghiere ripetute.

In effetti, recitare con devozione il Rosario significa dire parole del Cielo con parole umane. Il saluto dell’angelo (Ave o Maria, piena di grazia, il Signore è con te) è un invito a proiettare lo sguardo oltre il mondo tecnologico, economico e indaffarato che impegna tanto del nostro quotidiano, per accorgerci che ciò che è profondamente umano nella vita sta al di sopra di tutto questo e lo illumina: sta nell’ordine del bene, dell’amore e della cura. In una parola, nell’ordine della grazia.

È un pensiero che scalda il cuore, e lo sgrava dal peso dell’orgoglio, della vanità e dei loro veleni (quelli che Papa Francesco chiama gnosticismo e pelagianesimo). Sapersi dipendenti da Dio, che è il Bene, ed esserne felici: ecco la prima cosa che insegna Maria, la piena di grazia. La invochiamo per viverci umili, capaci di comprendere che siamo amati, preceduti dalla misericordia. Proprio la grazia, che potremmo tradurre con l’amicizia, la bontà, l’amore di Dio, e in ultimo con Gesù Cristo stesso nostro salvatore, aiuta a comprendere che il dono viene prima del merito, la bontà prima della morale. Interiorizzare e vivere questo significa accogliere umilmente l’amore di Dio, lasciarsi trasformare a immagine del suo Figlio Gesù e permettere che i suoi sentimenti, la sua passione e i suoi sogni diventino i nostri. Lo scorrere, tra una decina e l’altra, dei misteri (cioè dei fatti importanti) della vita di Gesù permette poi nel tempo di modellare il nostro cuore su quello Suo, che è l’unico buono.

È per questo che la grazia di Dio - e non è un bisticcio di parole - rende graziosi. Una bellezza speciale, in effetti, brilla in chi compie il bene: quella che rende giovani interiormente, stimolando negli altri non pose da moda, ma comportamenti costruttivi, generosi, di comunione.

Di fronte ad un tale dono gratuito, non dovuto, che rende graziosi, la grazia di Dio suscita anche gratitudine: la riconoscenza di chi desidera corrispondere con affetto all’amore. Per questo la grazia di Dio apre il cuore all’impegno in favore degli altri, soprattutto se bisognosi, poveri, deboli, o dal mondo scartati. Visti con amore, gli altri non sono concorrenti ma fratelli.

È qui che si inserisce la parte più umana della preghiera dell’Ave Maria: la richiesta di intercessione. “Santa Maria, madre di Dio, prega per noi peccatori: adesso e nell’ora della nostra morte. Amen”: è l’invocazione con cui chiediamo di mettere la nostra vita, le nostre preoccupazioni e le nostre miserie sotto il manto di bontà della Madonna. E non solo le nostre, ma anche quelle di tutti coloro a cui vogliamo bene, coloro che ci hanno chiesto una preghiera o che semplicemente ne hanno bisogno. Perché come Maria ai piedi della croce ha accolto il discepolo Giovanni come figlio secondo la preghiera di Gesù, così ella ora accoglie tutti noi nel suo cuore. E ci invita a fare altrettanto verso gli amici e verso i lontani, come una famiglia: miracolo della Chiesa, che ha in lei la sua icona, e la cui luce e il cui affetto sono rivolti ad ogni uomo.

Le parole dell’Ave Maria che reciteremo nei Rosari a maggio, vissute con fede e umiltà sapranno aprire i cuori alla speranza. Possano essere offerte a tutti con amicizia. E la gioia di Maria, piena di grazia, non mancherà di diffondersi tra noi, portando la misericordia e bontà di Dio in mezzo ai nostri quartieri.

don Fabrizio FerreroParroco di S. Edoardo Re