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Regoliamoci sul Bene

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- di don Fabrizio Ferrero -
Mettiamola così: se un’azione cattiva va proibita, che si dovrebbe fare con quella buona?

Viviamo in un’epoca nella quale l’attenzione agli stati emotivi e una cura maniacale per evitare la fatica hanno preso il sopravvento sull’uso della ragione, facendola scadere a mera ragioneria. Frutto forse di logiche di consumo che si sono dilatate dall’economia alla morale.


Tutto è pensato in termini di investimento, perché tutto ha un prezzo. Persino le persone sono un “capitale”, sebbene umano. Che dire dunque delle azioni? La società moderna insegna che vanno valutate in termini di costi e benefici: si deve cercare l’affare migliore con il più grande sconto. C’è da fare qualcosa? Allora occorre domandarsi: che ci guadagno a farla? Quanta energia mi richiede il compierla? Almeno, ne avrò un ritorno di immagine, di prestigio? E poi, a dirla tutta, vale la pena farla… per chi?

Il pensiero funziona con una logica stringente quando c’è di mezzo il denaro. Vacilla tuttavia quando non si riesce a dare un valore di mercato a certi comportamenti. Ne sono esempi: rispettare il proprio turno in una fila, attendere di partire al semaforo rosso, fare la raccolta differenziata, attenersi alle norme di sicurezza, onorare i propri impegni civili, rispettare le direttive di gioco. Ci si chiede: sono suggerimenti o sono regole? L’imbarazzo a rispondere vale anche al contrario, quando coscientemente ci si è educati a non rispettare i divieti. Ci si dice: ci ho provato. Se non va bene, qualcuno provvederà a fermarmi. Se non è successo, peggio per gli altri. Perché  dovrei essere più attento?

In una società liberale, dove il pensiero è debole, la verità è soggettiva e i sentimenti prevalgono, allora tutto è opinabile e si può discutere fino alla noia sul dove inizi la trasgressione e come vada sanzionata. Ma proprio per questo restano una provocazione davvero grande i Dieci Comandamenti cristiani, riassunti e rilanciati da Gesù all’Ultima Cena con un ordine perentorio rivolto agli amici: “Questo io vi comando: che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amati” (Gv 15,12). La posta in gioco si alza, infatti, quando dalle regole della convivenza civile si sale al piano dei valori e del loro fondamento. Perché quando non esiste più tra me e te qualcosa di superiore davanti al quale io e te dobbiamo rendere conto, allora prosperano i capricci e le voglie del più forte, del più furbo, del più violento. E se ciò che è giusto si può sempre discutere, perché dire che i prepotenti hanno torto?

Gesù insegna che esistono valori assoluti, che non si mettono ai voti. Cose preziose che impegnano responsabilità e sono doveri. Vanno fatte non secondo l’umore del momento, ma perché sono buone e giuste. Sempre. E basta.

La fonte da cui traggono luce è il Bene, che Egli non solo ci ha insegnato a riconoscere come Amore di un Dio che è Padre, ma da risorto ce ne rende partecipi con il dono del suo Spirito, nella Santa Messa e negli altri sacramenti.

Obbedire a questi comandi è faticoso, certo. Significa diventare chiari nei principi ed esigenti con se stessi. Ma, in fondo, tutto ciò che è importante nella vita costa sacrificio. Non per nulla Gesù chiarisce che si deve amare “dello stesso amore con cui Lui ci ha amato”: il pensiero va alla sua croce e al modo in cui Egli l’ha affrontata. Il “suo” amore ha a che fare con la volontà, non con suggestioni emotive. Esige slancio, dedizione, impegno insieme a rinunce, sacrifici e responsabilità. Lo capiscono gli sportivi quando sognano di battere un record: che si dovrebbe dire di chi punta all’obiettivo di una vita riuscita?

Di fronte al pensiero moderno calcolatore, il grande richiamo del Vangelo è quello di diventare più maturi, più convinti, più rispettosi del Bene. In un una parola: più coerenti. O semplicemente più santi. Come cristiani, c’è molto da lavorare. A partire dal purificare le nostre idee di amore, modellare il cuore su quello di Gesù e riconoscere i nostri doveri come fedeli. Ma è proprio vero che si diventa eroi solo nei film?

don Fabrizio Ferrero

Parroco di S. Edoardo Re