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Intervista a don Richard che torna in Kenia

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Don Richard Chelimo ha vissuto tra la gente della parrocchia Maria Regina Mundi per otto anni, lasciando la sua impronta pastorale
di uomo di Dio: franco, libero, accogliente. Come saluto ai nichelinesi ha voluto lasciare questi ricordi per capire di più e meglio l'esperienza che abbiamo avuto l'occasione di condividere. Ci ha raccontato un po’ di sé, mentre gli occhi della sua memoria tornano nel nord del Kenia ai confini con Sudan ed Etiopia: una terra dove si respira ancora il profumo vero dell'Africa, dei suoi usi e della sua cultura.

Richard, ci racconti come sei arrivato a Nichelino?

“E' una storia lunga e un po' bizzarra. Il vescovo mi aveva mandato come parroco a Chesoi, il mio paese, pochi anni dopo la mia ordinazione sacerdotale. Era un tentativo estremo, per così dire, perché la mia gente era afflitta da un problema grave: è uso che i giovani che vogliono sposare una ragazza donino alla famiglia di lei un certo numero di mucche. Ora: i ragazzi erano tanti, quanta la povertà, e così si era creato uno strano circolo vizioso per cui ci si rubava gli animali da un paese all'altro. Il tutto, tra l'altro, avveniva sotto l'”egida” di politici corrotti che nulla facevano per cambiare le cose, anzi sfruttando il caos per arricchirsi.

Mi è venuta l'idea di risolvere il problema facendo ricorso ad un'antica leggenda africana che narrava di una ragazza che aveva reso possibile ai villaggi di sopravvivere in una situazione difficile. Trovammo un'avvocatessa che accettò di rendersi garante degli equilibri “ripetendo” il miracolo antico e vestendo i panni di leader politico della zona. Ce ne volle: ma la pace si fece partendo da un elemento culturale africano. Fu questa intuizione che mi spianò la strada per Roma dove chiesi al mio vescovo di andare a studiare”.

E da qui a Nichelino?

“Fu una questione di Provvidenza: don Antonio Bortone aveva chiesto una mano al mio istituto per l'estate ed il rettore gli aveva destinato un altro prete. Nel tempo di attesa tra la risposta romana e l'accettazione nichelinese il mio confratello era già andato altrove e così la proposta arrivò a me ed io, con un bel po' di timore, l'accettai”

Perché timore?

“Perché parlavo un italiano davvero improbabile. A volte neppure capivo il canone della messa che leggevo. Eppure fin dalle prime domeniche mi impegnai a predicare personalmente nell'italiano di cui ero capace. Leggere la predica tratta da un libro sarebbe stato più facile, ma poco utile. La gente, con mio stupore, vide ed apprezzò questo mio sforzo e mise pazienza nell'ascolto in cambio di tutto il mio cuore e della mia passione pastorale”.

Così sei rimasto qui a Regina Mundi?

“Sì, prima per alcuni periodi poi, raggiunto il mio obiettivo di ottenere la licenza in teologia, il parroco mi propose di sostenermi negli studi fino al dottorato. Il mio vescovo ha dato l'ok ed alla fine ho cercato di ricambiare il dono che la comunità mi ha fatto con tre anni di servizio pastorale full time”.

Cosa ti porti di Nichelino in Africa?

“Un grande senso di accoglienza: da parte di tutti, del parroco, dei parrocchiani, della gente! Forse ha aiutato il fatto che mi viene spontaneo sorridere e la gente lo ha apprezzato: ma quasi tutte le iniziative che ho portato avanti hanno trovato terreno fertile e nei momenti difficili (ero in Italia quando sono morti i miei genitori) la comunità mi ha davvero sostenuto”

E adesso?

“Adesso torno a casa mia e non ho idea di cosa il vescovo mi chiederà di fare. Di certo ho in mente di portare avanti i progetti che con il gruppo nichelinese “Sogniamo l'Africa” abbiamo iniziato: la scuola di Kapsoar ed anche forse in un altro paese. E' importante che la gente studi! Specie le donne (per questo abbiamo creato per loro anche un piccolo collegio). Solo dalla cultura può nascere gente consapevole e libera”.

E.G.