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Gruppo "A...mani tese"

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Favola o realtà? C’era una volta un grande santo che però non era ancora a quel tempo conosciuto.
Proveniva da una vita agiata, ma avendo già sperimentato in profondità il proprio dolore e quello degli altri rispose ad una chiamata interiore e si mise a dialogare con Gesù, attraverso un crocifisso di legno e da quel dialogo scaturì l’amore per i poveri, per i disgraziati, per gli ultimi. Da lì prese origine la sua “perfetta letizia”. D’altronde Gesù l’aveva detto già nel Vangelo (che significa buona notizia, lieto annuncio): “Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto in un campo; un uomo lo trova e lo nasconde di nuovo, poi va, pieno di gioia, e vende tutti i suoi averi e compra quel campo”.

Quel grande santo di cui stiamo parlando è Francesco d’Assisi. Assistette un lebbroso, moribondo, triste e disperato al punto da non credere più in niente, ma lui riuscì a convincerlo di quel “tesoro nascosto”, il centro dell’annuncio del Vangelo: se avrai fede in Dio, sarai salvo, cioè sarai aiutato, sarai amato, sarai nella gioia.

Aiutato da chi? Dagli uomini? Da un’organizzazione benefica? Dai genitori, dagli amici, dai parenti? No. Proprio da chi ti ha fatto, da chi ti conosce come nessun altro e ti vuol bene come nessun altro: da Dio. Il suo comandamento più importante, trasmesso a noi tramite suo Figlio Gesù, è di amarci tra di noi come il Figlio ci amati.

Il povero lebbroso morì nella pace. Ebbe fede in Dio e la sua anima andò dritta in Paradiso. Lo stesso Francesco disse di averla percepita come una scia luminosa che ascendeva al cielo e di aver sentito la gioia di quell’anima che lo ringraziava per l’incontro con Dio. Perché il lebbroso mediante san Francesco non era morto disperato, ma aveva posto la sua speranza in Dio.

Viene in mente qualcun altro? Ad esempio una piccola suora di origini albanesi che sarà proclamata santa da papa Francesco a settembre in questo anno giubilare dedicato alla misericordia: madre Teresa di Calcutta.

Anche lei rispose ad una misteriosa chiamata di Gesù, durante un viaggio in treno avvenuto di notte. Pur essendo già da vent’anni suora a Calcutta, dove faceva la direttrice di un collegio cattolico, decise di lasciare questa occupazione, relativamente sicura e già meritevole, e di dedicarsi ai poveri, agli ultimi, ai moribondi: prima da sola e poi con le consorelle della nuova congregazione da lei fondata, le Missionarie della Carità. Diede speranza, soccorso ai disperati di Calcutta, a coloro ai quali nessuno rivolgeva una parola o anche solo un saluto, perché giudicati senza valore.

Adesso guardiamoci intorno. Io, tu, i nostri famigliari, i nostri vicini di casa, le persone che incontriamo ogni giorno … cosa centriamo tutti noi con questi due grandi santi della Chiesa?

In realtà ciascuno dovrebbe porsi un’altra domanda: cosa Dio vuol dire a me con l’esempio di queste due persone che si sono fidate completamente di Lui?

Cosa può portare di buono alla mia vita l’esempio del Vangelo vissuto concretamente non con le sole proprie forze, ma con l’aiuto decisivo della grazia di Dio?

Forse una risposta la si può trovare in queste parole di Gesù. “Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me”.

Forse per raggiungere noi la felicità dobbiamo vivere per rendere felici altri.

Su questo tema del “vero Bene donato e ricevuto” ci stiamo, in questo nostro tempo afflitto da mille problemi, come gruppo confrontando con la speranza di coinvolgere tante altre persone per crescere insieme.

Gruppo “A… mani tese”