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Carlo ha già vinto la sua partita...

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Il libro “Vivere il morire”, scritto da don Sergio Messina e pubblicato da Effatà in diverse edizioni, tratta un tema “scomodo”, ma decisamente importante: prepararsi all’unico evento certo della nostra vita ed imparare a stare vicino a chi è prossimo alla morte. Riprendiamo questa testimonianza che risale al 1999 e che riguarda Carlo Negro, un caro amico di Nichelino. Lui ci ha lasciato due mesi fa…

***
È il 27 gennaio di quest’anno (1999). C’è un signore che mi cerca in portineria. Ha letto il mio libro e ha pensato di contattarmi per narrarmi una storia, un’esperienza di vita, un cammino che lo ha portato, dopo una lunga e faticosa escursione, sulla cima di una montagna sacra dove ha esperimentato la gioia di toccare l’infinito. Lo ascolto con attenzione. Mi narra di un padre e di una madre morti di cancro, accompagnati nella loro malattia dall’affetto sincero dei figli.

Ricordi segnati dalla certezza di aver seguito con tenera attenzione i genitori morenti, ma anche nel dispiacere di non essere riusciti a trovare nel proprio cuore la forza di riempire di verità i giorni dolorosi e unici del distacco annunciato. Un’amarezza che però si tramuta, dopo la morte dei genitori, in un impegno fecondo preso con la sorella più grande di dirsi la verità, nel caso un tumore avesse albergato in futuro nella loro vita. Dopo quindici anni l’ospite temuto si presenta e si insedia nell’esistenza della sorella, invitandola alla danza di coloro che ballano nella verità. E allora l’impegno preso anni prima diventa per questo uomo certezza morale di dover abbracciare con sincerità la sorella sussurrando parole non vuote, né mistificatorie. Parole che aiutano l’ammalata a dare un nome preciso a quei dolori, a quei farmaci, a quei silenzi imbarazzati. Parole dure, ma che trasformano i mesi della malattia. Essi diventano giorni riempiti di tutto ciò che è autentico, è vivo, è spirituale.

E ora i ricordi di quei mesi sono rievocati come segni, come impronte dello Spirito che riesce a scaldare la vita anche nei giorni più gelidi, perché la comunicazione sincera è figlia di Dio ed è veicolo del Suo calore d’amore. A luglio dello scorso anno un’ecografia rivela che un rene di quest’uomo è invaso dalla stessa malattia. Il tecnico che esegue l’esame se ne rende conto, ma non sa come dirglielo. Tergiversa e non trova nulla di meglio che domandargli a più riprese se ha dei parenti. Lui capisce che la domanda è un’implicita richiesta da parte del tecnico di permettergli di giocare con la verità e di affidarla, casomai, solo ai consanguinei. Lui si sente condannato a morte, ma non solo dalla malattia. E decide di non fare lo spettatore. Insiste subito che il giudice gli legga la sentenza e vuole conoscere tutti i dettagli, i passi, le eventualità che lo attendono prima della sua esecuzione.


Oggi vuole ascoltare il giudice con lo stesso sofferto coraggio con cui domani guarderà in faccia il carnefice. Viene operato. L’operazione sembra tramutare la condanna a morte in una condanna all’ergastolo. Domani forse verrà la grazia, più bella perché non attesa. Sente in questi giorni la necessità di parlare con qualcuno che capisca la sua ricerca, che incoraggi la sua sete di sincerità, che sostenga il suo passo su questo sentiero così poco battuto. “Mi sento - dice - come un giocatore di calcio che ha visto l’arbitro estrarre il cartellino e ha subito pensato che fosse un cartellino rosso. Era invece un cartellino giallo. Ho ancora un po' da giocare, ma ho preso coscienza che basta una minima infrazione e … non sarò più nella partita”.

Salutandolo e ringraziandolo ho pensato che quest’uomo aveva già vinto la sua partita, perché la morte per lui era diventata solo un avversario con cui giocare nel bellissimo gioco della vita.