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Mer, Ago
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Dieci anni fa don Giosuè

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“Il tempo guarisce tutti i mali”. Così si suole dire a chi ha avuto qualche esperienza difficile nella vita,

tentando di rassicurarlo che la ferita passerà.

Sono passati 10 anni dalla morte prematura del nostro amico don Giosuè Muscat, stroncato da un male incurabile alla giovane età di 27 anni, con appena due anni di ministero sacerdotale. Tuttavia, sinceramente non posso sostenere che questi 10 anni hanno in qualche modo attenuato o cancellato il dolore e la tristezza di non averlo più con noi, di non poter più vedere il suo sguardo raggiante, di non poter più parlargli e soprattutto ascoltarlo. Anche se, dopo quel lunedì 31 agosto 2009, il tempo non si è certamente fermato: le lancette dell’orologio della nostra vita hanno continuato a girare meticolosamente e abbiamo continuato a sfogliare, mese dopo mese, i fogli del calendario. Nel nostro cuore - noi che abbiamo vissuto vicino a lui, noi che siamo stati sfiorati dalla sua splendida persona – rimane come un vuoto, che niente e nessuno può colmare. Diciamo la verità: Giosuè ci manca, e ci manca tanto!

Ma, come ci ricorda il profeta Isaia,“le nostre vie non sono le vie di Dio” (Is 55,8); il progetto di Dio non si srotola secondo la nostra logica miope, ma secondo un piano più elevato, pur incomprensibile per la nostra mente. Dopo la scomparsa di don Joe Galea a febbraio 2007 (anche lui prematuramente strappato dalla Parrocchia della Santissima Trinità)  vedendo don Giosuè prostrato sul presbiterio della Cattedrale dell’Assunta di Gozo (Malta) nel giorno della sua ordinazione presbiterale, in quel fine giugno 2007, tornò la speranza. Si sapeva già infatti che il Vescovo di Gozo, S.E. Mons. Mario Grech, aveva permesso a don Giosuè di proseguire con i suoi studi a Torino e di muovere i suoi primi passi da sacerdote a Nichelino, accanto a don Riccardo Robella, allora neo-parroco, e a don Paolo Gariglio, già suo mentore al tempo trascorso nella medesima parrocchia durante lo stage pastorale qualche anno prima da giovanissimo seminarista.

Chi avrebbe mai pensato però che le parole rivolte a Giosuè dal Vescovo di Gozo, durante il Rito dell’Ordinazione, si sarebbero attuate alla lettera e consumate fino in fondo in così breve tempo? “Ricevi le offerte del popolo santo per il sacrificio eucaristico. Renditi conto di ciò che farai, imita ciò che celebrerai, conferma la tua vita al mistero della croce di Cristo Signore”.

Quei due anni di sacerdozio - nove mesi trascorsi a Nichelino e il resto a Gozo - ai nostri occhi e secondo la nostra misura, sembrano pochissimi. Tuttavia sono stati due anni intensi e impregnati della grazia di Dio. Coloro che hanno avuto la possibilità di stargli vicino o di mettersi in contatto con lui, conservano ancora con affetto in cuor loro le sue parole incoraggianti, i suoi saggi consigli, le sue email e sms personalizzati, i momenti di preghiera, ma soprattutto il suo atteggiamento coraggioso e pieno di fede di fronte al dolore e all’incomprensione della croce.

Ha seminato fede e speranza nei cuori delle persone attorno a lui, più di quanto si potesse immaginare. Ed è riuscito ad incidere così tanto sulle vite - in particolare di tanti giovani - perché come scriveva il Papa San Paolo VI “l’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri o, se ascolta i maestri, è perché sono dei testimoni” (Evangelii Nuntiandi, 41).

Sicuramente il Signore Gesù lo stava già preparando ‘inconsapevolmente’ per abbracciare e portare quella croce fino al Golgota, inspirandogli la scelta della preghiera che mise sul retro del santino della sua ordinazione sacerdotale, la ‘preghiera d’abbandono’ di Charles de Foucauld:  “Padre, mi abbandono a te, fa di me ciò che ti piace. Qualsiasi cosa tu faccia di me, ti ringrazio. Sono pronto a tutto, accetto tutto, purché la tua volontà si compia in me, e in tutte le tue creature: non desidero nient’altro, mio Dio. Rimetto l’anima mia nelle tue mani”. 

Parole non solo impresse - come da consuetudine – su un’immaginetta per l’occasione, ma una preghiera che segna il programma di vita vissuto da don Giosuè: “fidarsi… ringraziando”!  Da ‘invocazione stampata’, a ‘preghiera vissuta’, fino a diventare adesso ‘raccomandazione’ incisa sul marmo sopra la tomba di don Giosuè nella cappella del vecchio cimitero della parrocchia di Santi Pietro e Paolo a Nadur, invitando così coloro che si recano in quel sacro luogo ad abbracciare questa logica che ha guidato impeccabilmente il ministero e la vita di questo giovane prete: “fidarsi… ringraziando”.

Oltre alle tante memorie personali e collettive, tra cui fotografie e video, che ci aiutano a rivivere e rievocare gli attimi preziosissimi vissuti con don Giosuè, ci conforta anche la certezza – che vi viene dalla nostra fede cristiana – che Giosuè è vivo in Cristo, e che continua ad starci vicini “come se fosse nascosto nella stanza accanto”, come scrive Sant’Agostino in sua celebre preghiera:

La morte non è niente – sembra volerci ricordare don Giosuè -  Io sono sempre io e tu sei sempre tu. Quello che eravamo prima l’uno per l’altro lo siamo ancora. Chiamami con il nome che mi hai sempre dato, che ti è familiare; parlami nello stesso modo affettuoso che hai sempre usato. Non cambiare tono di voce, non assumere un’aria solenne o triste. Non sono lontano, sono dall’altra parte, proprio dietro l’angolo. 

Grazie, don Giosuè, per la testimonianza di tua vita, concentrata in soli 27 anni. Continua a proteggere la tua famiglia, i tuoi confratelli nel sacerdozio e tutti i tuoi amici di Gozo e di Nichelino. Preparaci un posto accanto a te, là dove “Dio asciugherà ogni lacrima dai nostri occhi, e non ci sarà più la morte, né cordoglio, né grido,né fatica, perché le cose di prima saranno passate (Ap. 21,4). 

Don Maximillian Grech