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Libro di Qoelet - Giovinezza e vecchiaia sono un soffio

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Siamo arrivati agli ultimi capitoli del libro di Qoelet dove spiccano due poemetti di grande bellezza che presentano due

momenti diversi della vita: la giovinezza e la vecchiaia.
Anche in questi due capitoli ritorna il ritornello tipico di Qoelet, il suo vocabolo chiave: “hebel” (vanità, soffio,vuoto) è la vecchiaia; un soffio è la giovinezza; un soffio è tutta l’esistenza che è racchiusa tra gioventù e vecchiaia.

Il primo poemetto è un inno alla vita, al presente, al momento che passa: la giovinezza è come il sole, la luce: “Dolce è la luce, è bello per gli occhi vedere il sole”. Quando si nasce si dice “venire alla luce” e la giovinezza inizia nel momento della nascita: dolce in ebraico (“matoq”) significa dolce al palato e qui Qoelet ci vuole invitare a gustare il periodo della gioventù. “L’uomo che vive per molti anni se li goda tutti, ma si ricordi che i giorni tenebrosi saranno molti”.

Vedete qui la contrapposizione luce-tenebre, gioventù-vecchiaia. Prosegue Qoelet: “godì ragazzo la tua giovinezza! Fa felice il tuo cuore nei giorni della tua gioventù! Caccia la malinconia, allontana dal tuo corpo il dolore perché la giovinezza e i capelli neri sono solo un hebel”.

L’invito è molto chiaro, bisogna godere il presente, cogliere le occasioni: l’attimo presente come dono di Dio è l’unica certezza per il “bahur” (in ebraico giovane, ragazzo). Ma in tutto questo ci sono due avvertimenti da tener presente: “Sappi però che di tutto questo (cioè su come vivi la tua giovinezza) Dio ti convocherà in giudizio. Ricordati allora del tuo Creatore nei giorni della tua gioventù”.

Il commento rabbinico che troviamo nel Talmud sottolinea che il giudizio di Dio non si deve intendere come castigo per gli eccessi vissuti in gioventù, ma che Dio ci chiederà conto delle gioie, dei momenti belli che non siamo riusciti ad apprezzare. Molto strana è la parola che è stata tradotta con “Creatore”: in ebraico troviamo “Bor’eka” che è un plurale e che nell’A.T. è usata per definire Dio solo qui e in un passo del libro di Tobia. Per qualche commentatore si tratterebbe di un modo di chiamare Dio in voga nel periodo di Qoelet; per altri c’è un gioco di parole: il termine “bor” in ebraico significa tomba-fossa. Forse Qoelet vuole ricordare, a chi vive la spensieratezza della gioventù, che ogni tanto non fa male pensare alla morte.

L’aspetto fugace della giovinezza serve da introduzione al secondo poemetto: l’allegoria della vecchiaia (12 1-8) “prima che vengano i giorni tristi e giungano gli anni in cui dovrai dire: non ci provo più alcun gusto; prima che si oscurino il sole, la luce, la luna e le stelle e dopo la pioggia tornino ancora le nuvole”.

Il poeta ci invita a godere la vita prima del grigiore della vecchiaia, qui presentata come un inverno piovoso. Ma questi versetti possono anche simboleggiare l’affievolirsi dei sensi. Nel resto del capitolo Qoelet paragona la vecchiaia ad un vecchio palazzo che cade nell’abbandono, con scene che si intravedono all’interno. Sono versi molto poetici e molto simbolici. Sono il vero capolavoro di Qoelet. Vediamo un po’…

In quei giorni vacilleranno, tremeranno i guardiani della casa; si curveranno gli uomini robusti (sono le gambe e le braccia che si indeboliscono, dovrebbero custodire il corpo – la casa – ma non ce la fanno più); cesseranno dal lavoro le donne che macinano perché rimaste in poche ( sono i denti, pochi e traballanti, che non riescono più a masticare); caleranno le tenebre su coloro che guardano dalle finestre si chiuderanno i battenti che danno sulla via (il lento calare della vista fino alla cecità); quando si abbasserà il rumore della mola, si attenuerà il cinguettio degli uccelli, si affievoliranno tutti i ritmi del canto (la perdita dell’udito), si avrà paura delle salite e terrore si proverà nel cammino (la fatica di camminare la paura di uscire di casa); quando fiorirà il mandorlo e la locusta si trascinerà lentamente (il mandorlo quando fiorisce è bianco come i capelli degli anziani; la locusta o cavalletta, animale veloce e vorace, diventa lenta quando è vicina alla morte) e il cappero non avrà più effetto (il cappero era considerato un afrodisiaco, anche la sessualità si spegne), perché l’uomo se ne va nella sua dimora eterna con il corteo di coloro che alzano grida di lamento lungo la strada (è descritto un corteo funebre)”.

Con un “prima che” Qoelet riprende l’incipit del poema sulla vecchiaia: “Ricordati del tuo Creatore … prima che si spezzi il filo d’argento, si rompa la lucerna d’oro, si frantumi l’anfora alla fonte e la carrucola cada nel pozzo”. La vita è preziosa come una lucerna d’oro appesa al soffitto della casa con una catenella d’argento. La vita è preziosa come l’acque del pozzo e della fonte, ma prima o poi non si avranno più strumenti per illuminare e bere perché sono fragili e si rompono come per l’uomo.

Il poema allora si conclude così: “la polvere ritornerà alla terra da dove è venuta e il soffio vitale ritornerà a Dio che lo ha dato”. La morte è descritta con le stesse parole di Genesi 2,7 della creazione dell’uomo. Quando Qoelet scrive, il concetto di resurrezione, di vita dopo la morte non è ancora parte del pensiero ebraico. Un suo contemporaneo, il Siracide, gli fa eco: “tutto ciò che viene dalla terra torna alla terra; tutto ciò che viene dall’alto torna all’alto” (Sir. 40,11). Ci vorrà la resurrezione di Gesù per aprire nuovi orizzonti e dare un senso diverso al vivere e al morire, alla gioventù e alla vecchiaia e a farci capire in modo diverso il ritornello che chiude e apre il libro di Qoelet: “vanità delle vanità, tutto è vanità”.

Buona Bibbia a tutti!

Enrico de Leon