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Lun, Giu
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Un singolare confronto sul tema del dolore, della morte e del lutto

Dai gruppi
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 “Il Bene nel silenzio”: era questo il tema dell’evento organizzato dal Gruppo “A… mani tese" della Parrocchia S. Edoardo Re, nell’ambito di un ciclo

di incontri sul tema “Bene” giunto quest’anno alla quarta edizione. Le conferenze ora sono state intitolate “Ornella’s Lectures”, perché dedicate alla memoria di Ornella Maffei, recentemente scomparsa, che è stata membro del gruppo organizzatore, apprezzata insegnante di lingue nelle scuole e presso l’Unitre di Nichelino, e con il marito Angelo Siro tra i fondatori della parrocchia.

Sono stati invitati alla serata relatori non comuni: Salvatore Iofrida, Dante Moschini e Giuseppe Venturino, titolari di imprese di pompe funebri; il dott. Pier Bartolo Piovano, medico, responsabile sanitario della Croce Rossa di Nichelino; don Paolo Gariglio, parroco emerito della SS. Trinità, ideatore della Croce dei Ragazzi in Cielo di Valle Stretta dedicata ai giovani morti prematuramente.

È stato chiesto ai relatori di misurarsi con questa domanda:

Quale bene si può fare, quando non si può fare nient’altro che stare in silenzio?”. L’idea era quella di affrontare da punti di vista diversi i temi del dolore, della morte e del lutto. Stimolati da Cinzia Zanatta, infermiera, moderatrice del dibattito, i relatori hanno lasciato all’attento pubblico ampi spunti di riflessione, da quello più laico a quello più religioso.

Alcuni di questi, in estrema sintesi, meritano di essere condivisi.

Dal punto di vista delle pompe funebri

Non ci si fa mai l’abitudine a incontrare famiglie in lutto. Ci si prepara coltivando nella mente e nel cuore alcuni atteggiamenti: profondo rispetto, vicinanza, discrezione, sicurezza e pacatezza, serenità e silenzio. L’esperienza insegna che ogni dolore è unico, e unico è anche l’incontro tra chi svolge questo lavoro e chi soffre. Il momento critico per i parenti è quello della chiusura della bara: lì prendono atto del distacco fisico con i propri cari. In quel momento, molti di loro hanno bisogno di una vicinanza speciale, alcuni devono essere anche sorretti. Assistere chi è nel dolore non è facile. Le richieste sono spesso mute, talora confuse. Attendono di sapere e di fare, ma spesso non sanno che cosa. Allora, con tatto ma lucidità, occorre intervenire, suggerendo consigli sul da farsi. Ci si dispone a risolvere i problemi pratici del caso – e sono tanti –  con gentilezza e decisione, limitando fin dove si può il coinvolgimento personale in modo da essere pienamente efficienti.

Dal punto di vista del medico

Come medico, la cura con i mezzi e le terapie sono le prime cose che applico. Ma ai volontari che si preparano ad aiutare i pazienti spiego con insistenza che sono ancora più importanti la vicinanza umana e diciamo pure anche l’assistenza spirituale, specie per i casi con rischio grave. Di che cosa ha bisogno infatti un malato? Nella mia lunga esperienza, posso dire che servono: l’ascolto in silenzio, tenergli la mano (che è un gesto di un’importanza infinita!), andarlo a trovare in più occasioni, essere capaci di dare ogni tanto qualche parola buona. È un impegno faticoso, perché richiede di svuotarci di noi stessi e dei nostri pensieri per occuparci totalmente dell’altro. Ma è essenziale per infondere speranza, trasmettendo i nostri sentimenti di amicizia.

Combattendo la mia titubanza, mi è capitato diverse volte di dire ai parenti, quando ho ritenuto necessario, di chiamare un sacerdote. Curiosamente, dopo una iniziale diffidenza, mi erano dopo grati: perché il bisogno del malato grave è anche spirituale.

Dal punto di vista del sacerdote

Che cosa si può fare quando tutto è perduto? Bisogna anzitutto pregare. Oggi non se ne parla più molto: internet, cinema e tv piuttosto allontanano la gente dalla preghiera. Ma la preghiera è speranza. La preghiera è contatto con Dio. Se togli Dio, che è la bontà infinita, subentra a poco a poco negli uomini e nelle donne la disperazione.

Ho assistito molti moribondi. Molti di questi, nonostante una vita lontana da Lui, si sono riavvicinati a Dio: questo perché l’essere umano di fronte alla morte tira fuori l’istinto di conservazione e pretende di sapere la verità, il vero significato della vita. Vuole cioè uscire dalla gabbia delle convenzioni e del modo di pensare che fino ad allora lo avevano rinchiuso, pensieri, amici e stili di vita, per raggiungere la fede e di conseguenza la pace, la sicurezza di una vita che non finisce.

I più capaci di morire sono i giovani: sono più coraggiosi, hanno più cuore, sono più puri e quindi sono già vicini a Dio. Gli altri invece hanno il cuore pieno di cose di questo mondo. Un giovane di nome Mario Filippo scrisse questo biglietto per i suoi compagni della maturità prima di morire di malattia: “Non sto affrontando un salto nel buio, ma nella luce. Occhio dove camminate però! Dovete camminare verso la luce!”.

Per riacquistare la speranza è essenziale tornare già adesso a curare la nostra relazione con Dio servendosi dei sacramenti della Confessione e dell’Eucarestia, che donano la certezza della presenza di Dio in noi, per sempre. Lui è fedele alle sue promesse. Non aspettiamo che sia troppo tardi, facciamoci furbi.

Marco Cavallone

Gruppo “A… Mani Tese”