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Gio, Lug
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Flora di città

Inchieste
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“Il vento, venendo in città da lontano porta doni inconsueti, di cui si accorgono solo poche anime sensibili, come i raffredati del fieno, che starnutano per pollini di fiori d’altre terre”, scriveva Italo Calvino nel suo Marcovaldo.

Alludeva alla vegetazione spontanea che misteriosamente attecchisce in città nei posti più impensati: tra le fessure dell’asfalto, in una crepa del cemento, su un tetto sbrecciato. Passano sotto il nome generico di “erbacce”, finché qualcuna, come ad esempio la parietaria, non assurge agli onori della cronaca provocando sfracelli in fatto di allergie.

Qualche volta le “erbacce” raggiungono e superano l’altezza delle panchine nei giardini pubblici.  Dunque consoliamoci con le curiosità botaniche.

L’Ailanto, introdotto nel ‘700 dalla Cina, è oggi considerata una pianta infestante (… ma aprezzata dagli apicultori) che alligna nelle periferie urbane e che presenta una sorprendente velocità di crescita. Le radici fanno breccia anche nell’asfalto; se si taglia il fusto presto spuntano altri germogli che si sviluppano con più di vigore. Ad esempio a Nichelino al semaforo di via Cacciatori, dove si imbocca corso Unione Sovietica, in un’aiuola spartitraffico c’è una pianta di ailanto che puntualmente viene tagliata dagli addetti alla manutenzione al verde e che altrettanto puntualmente rispunta dopo qualche mese, più alta e rigogliosa di prima. Così avviene da anni…

Un po’ come la più conosciuta gaggia (Robinia pseudoacacia). Di origine americana, nel Seicento venne usata come pianta ornamentale in Francia dal giardiniere di corte Jean Robin (non per nulla questa pianta si chiama anche robinia) e di lì si diffuse a macchia d’olio in tutta Europa mostrando una straordinaria capacità di soppiantare le specie autoctone. Per qualche decennio è stata la dominatrice incontrastata delle scarpate, lungo strade e ferrovie, ma negli ultimi anni sembra entrata in crisi a causa di una malattia che la fa seccare.  Intanto ha preso piede l’ailanto.

I cambiamenti climatici favoriscono la rapida proliferazione di nuove specie esotiche, classificate con termini più che esplicativi: “invader”, “endurer”, “resister”. Altre, come l’Ambrosia Artemisifolia sviluppano nuovi potenti allergeni.

Tornando a piante più nostrane tra gli autobloccanti dei marciapiedi proliferano pure gli “ortaggi”. Ecco la cicoria (Cichorium intybus), radicchio selvatico dai fiori violacei, di cui in passato si è fatto largo uso alimentare (... il famoso detto “pane e cicoria”) anche per ricavare un surrogato del caffè. Attenzione a non confonderlo con il Sonchus oleraceus, ossia il grespino comune, l’erbaccia che presenta fiori gialli dai quali sboccia il caratteristico “soffione”. Questa possiede pure proprietà medicinali (rinfrescante, stringente, emolliente), come la diffusissima ortica (Urtica Dioica), di recente riscoperta anche per uso tessile.

E cosi via attraverso centinaia di specie meno note: dalla Cymbalaria muralis con le sue foglie cuoriformi e i fiorellini a bocca di leone, alla Plantago maior che si abbarbica tra gli interstizi dei pavè; dalla Setaria viridis che spunta negli angoli più umidi, fino all’elegante Epilobium parviflorum, detto anche garofanino minore.

Tagliare l’erba costa e così l’asfalto fiorisce, per non parlare delle rotonde e delle aiuole. Sconsigliato l’uso dei diserbanti che si riversano nelle fognature e nei corsi d’acqua. Qualcuno allora propone di fare necessita virtù. Se una pianta germoglia e cresce, senza bisogno di essere innaffiata e senza cure, è perché ha trovato il proprio habitat naturale. Dunque è meglio lasciarla lì, come sostengono i teorici del “non giardinaggio” e i bio-architetti che hanno iniziato ad utilizzare diverse specie di “erbacce” come arredo urbano.

Sarebbe più comodo ed economico, ma forse la città presto si trasformerebbe in una vera giungla.