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Quando nessuno parla di lavoro

Inchieste
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Persino la festa del lavoro non è più “quella di una volta”.

Del 1° maggio 2021 si ricorderanno sicuramente la contentezza degli artisti che si sono esibiti nel Concertone per essere tornati a cantare dal vivo, nonché, e soprattutto, la querelle sulla “censura” tra il rapper Fedez e Rai Tre che ha finito per dominare il dibattito durante le settimane successive e anche oltre.

E del lavoro?

Se n’è parlato veramente poco. E dire che si sono registrati 900 mila occupati in meno nell’ultimo anno. Certo, i problemi non sono solo legati alla pandemia ma, a maggior ragione… Almeno il 1° maggio poteva servire a richiamare l’attenzione sulla sicurezza nei luoghi di lavoro. Nel 2020, nonostante i lockdown, ci sono stati 1270 i morti sul lavoro, praticamente 3 ogni giorno.

Si è parlato poco o niente del lavoro dei giovani e delle donne, dello sfruttamento del lavoro precario, dei riders e dei drivers di alcune società dell’e-commerce mondiale. E anche delle centinaia di migliaia di ore di cassa integrazione che le aziende stanno adoperando con la causale “Covid-19” e delle ore di straordinario mai pagate ai dipendenti in smart working. Lo slogan “l’Italia si cura con il lavoro”, se era perfettamente calzante con la situazione pandemica, di fatto non ha messo a nudo tutto quello che non funziona nel sistema produttivo italiano.

Tutti i monologhi di un Fedez soccombono di fronte alle preoccupazioni di chi un lavoro non ce l’ha o di chi, pur avendolo, non riesce ad arrivare a fine mese.

È una situazione di sospensione tra un mondo pre-Covid che non c’è più e un mondo post pandemia che ancora non c’è e che non sappiamo precisamente come sarà.

Stando ai numeri elaborati dall’Istat, anche chi ha mantenuto il posto ha lavorato meno di quanto facesse prima della pandemia. I problemi del mercato del lavoro nazionale erano pesanti già prima del Covid-19: le ore lavorate erano significativamente sotto il livello di guardia. Fenomeni come l’impossibilità di trovare un lavoro a tempo pieno e la contemporanea crescita di lavori a basso valore aggiunto, che possono essere spezzettati in brevi fasce orarie, non hanno fatto che ampliare la crisi. Dal canto loro, i salari non sono cresciuti: l’incremento dei salari reali è stato meno della metà rispetto ad altri paesi europei, con una contrattazione pressoché azzerata, sintomo di un’economia debole e stagnante. Così, sempre per l’Istat, l’incidenza di povertà assoluta è cresciuta soprattutto tra le famiglie con persona di riferimento occupata: oltre 955mila famiglie in totale, 227mila famiglie in più rispetto al 2019.

Sono oltre 2 milioni i giovani sotto i 30 anni che non lavorano e non studiano, un dato che si è drammaticamente impennato negli ultimi 12 mesi. Risorse perdute, anche dal punto di vista economico. Perché, volendo essere cinici, qualcuno poi dovrà sostenere il costo sociale di questi mancati lavoratori.

Con il Recovery Fund la comunità europea sta per varare un “piano Marshall” senza precedenti per il Vecchio Continente. Un’occasione che il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza varato dal governo Draghi dovrà realizzare in pieno, sfruttando tutte le possibilità di rilancio dell’economia, con norme che favoriscano non solo il recupero dei posti di lavoro persi, ma che pongano le basi per assicurare un incremento reale degli occupati. Tornare ai livelli di occupazione pre-pandemia non può e non deve bastare.