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Mer, Ott
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Ospedali virtuali

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A Chesterfield, negli USA, esiste un ospedale di quattro piani, senza neanche un letto.

Il Mercy Virtual Hospital è infatti il primo “ospedale virtuale” al mondo ed è costato 45 milioni di dollari. Ma dov’è Chesterfield? Si trova nella pianura fra il Mississippi e il Missouri; è una cittadina del Midwest: 46 mila abitanti, a una ventina di miglia da Saint Louis. Dentro questo ospedale lavorano 330 fra medici e infermieri, i quali gestiscono all’incirca 2.400 pazienti. Nei quattro piani della struttura potrete trovare strumentazioni all’avanguardia. E’ operativo dall’autunno del 2015. I pazienti, però, non sono ricoverati lì. Molti sono a casa loro, altri sono ricoverati in ospedali sparsi negli Stati Uniti. La più semplice delle postazioni di lavoro utilizzate da medici e infermieri è costituita da 4-5 monitor, un paio di tastiere e un telefono. I monitor permettono di controllare alcune decine di migliaia di devices remoti. Qualunque operatore è in grado, in qualsiasi momento, di mettersi in videoconferenza ad alta risoluzione coi suoi pazienti remoti nelle fasi acute delle malattia.

A Chesterfield si monitorano anche alcune decine di migliaia di cronici ogni anno, ma questo è in sostanza il business secondario. Il modello è simile a quello dei nuovi ospedali giapponesi: un paziente non necessita di costante e continuativo supporto medico “in presenza”, può essere tranquillamente essere assistito a domicilio e controllato in remoto. Un posto letto in un ospedale americano costa alcune migliaia di dollari al giorno, denaro che spesso può essere risparmiato spendendone molto meno gestendo il paziente da remoto e portandogli a casa l’assistenza infermieristica.

Il Mercy Virtual ha un reparto virtuale di terapia intensiva che segue pazienti sparsi in decine di ospedali in cinque Stati USA, fornendo sostanzialmente una sorta di “backup” del servizio di monitoraggio. In ogni istante i medici dell’ospedale virtuale possono interagire in videoconferenza coi medici in loco, scambiando in tempo reale i dati del paziente e collaborando alla risoluzione della criticità. In questo nosocomio si fa anche riabilitazione, ovviamente virtuale: i terapisti della riabilitazione interagiscono coi loro pazienti remoti attraverso una piattaforma di comunicazione integrata con soluzioni di realtà aumentata. Chiaramente il modello è molto “americano” in quanto il Mercy Virtual è pagato dalle assicurazioni, le quali sono ben felici di spendere cifre minori rispetto a quelle che dovrebbero sostenere in caso di ricovero ospedaliero “reale”. In primo piano c’è il risultato, poichè un’eventuale complicazione, o qualcosa di ancora peggiore, in ogni caso si ritorce contro l’assicurazione medesima, quindi la qualità dev’essere eccellente e non minore rispetto ad un servizio in un classico ospedale. La vecchia “cartella clinica di reparto” lascerà il posto alle cosiddette “clinical collaboration platforms” sulle quali interagiranno una molteplicità di specialisti e operatori sanitari.

Prima o poi anche in Italia di ospedalizzazione a domicilio per acuti e post-acuti se ne parlerà molto sia nei casi di “dimissioni protette”, magari trasferendo il paziente in una struttura meno costosa di un ospedale ad alta intensità di cura (tipo RSA, per intenderci), sia nei casi di domiciliarizzazione vera e propria.

Il sistema sanitario nazionale, anche nelle regioni tradizionalmente considerate più efficienti, è stato messo a dura prova con la pandemia. Terminata l’emergenza tutto tornerà come prima? Forse no, perché anche nella sanità la digitalizzazione non è solo utile, ma necessaria e i processi innescati sono ormai irreversibili.

Giuseppe Odetto