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Gio, Apr
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Pieno inverno demografico

Inchieste
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Autorevoli storici concordano sul fatto che a provocare il crollo dell’impero romano d’occidente non fu il dilagare del Cristianesimo giunto a scardinare l’efficienza del sistema, come sosteneva il buon Voltaire.

E nemmeno la calata dei “barbari”. Casomai questa fu una conseguenza.

Altri popoli arrivarono, magari in modo non propriamente pacifico, ad occupare spazi che comunque già si stavano rapidamente svuotando da sè. Vale a dire che il fattore scatenante di quell’inarrestabile declino fu un repentino e forte calo demografico, consumatosi nell’arco di qualche generazione.

“NESSUNO PIÙ  COLTIVARE LA VITE”

L’impero implose su se stesso. Tra il secondo e terzo secolo d.C la popolazione si ridusse di un quarto e poi di un altro quarto tra il 400 e il 500. Roma, la capitale, che ai tempi di Augusto superava il milione di abitanti, all’inizio del V secolo si ritrovò con 200.000 residenti in mezzo a cumuli di macerie.

“Nessuno più coltivare la vite”, come dice una canzone di De Gregori. Le campagne si spopolarono insieme alle città. L’amministrazione periferica si trovò sguarnita. La fitta rete di strade consolari cadde nell’incuria più totale. Non c’era più nessuno a curare la manutenzione degli acquedotti, i campi si trasformarono in terre incolte e i contraccolpi sull’economia furono devastanti.

Il pensiero inevitabilmente corre ai nostri giorni, a questa Italia dei viadotti che cascano e delle autostrade che si sgretolano.

INVERNO DEMOGRAFICO

Secondo i dati Istat l’anno scorso la popolazione italiana è diminuita 116.000 unità, confermando al ribasso il trend dell’ultimo quinquennio, solo in parte compensato dal flusso immigratorio. La dinamica tra nascite e morti riporta un bilancio fortemente negativo, nonostante il costante innalzamento dell’aspettativa di vita. In pratica per ogni 100 persone decedute sono arrivati in sostituzione soltanto 67 bambini (un decennio fa erano 96), “E’ il più basso livello di ricambio naturale mai espresso dal Paese dal 1918”, osserva l’Istat. Ma a quel tempo c’era appena stata l’ecatombe della prima guerra mondiale a cui fece seguito l’epidemia di spagnola.

Va aggiunto un altro fenomeno, sottostimato e sottaciuto, silenziato dalle risse mediatiche che si scatenano in tema di immigrazione: sempre più persone, giovani ma non solo, lasciano l’Italia e se ne vanno definitivamente all’estero per studio, per lavoro o semplicemente per godersi la pensione.

Dopo decenni di totale indifferenza ci si sta risvegliando dal torpore e si sta, forse, cominciando a metabolizzare quello che è successo, in un crescendo di preoccupazione mista a nervosismo.

Pure i controllori della natalità hanno avuto un sussulto: se continua così, bisogna ricominciare a fare figli. Alla buon’ora, però il segnale di invertire la rotta è partito in ritardo, anzi c’è chi continua a remare contro.

Intanto le scuole, gli uffici, i negozi e le fabbriche si svuotano. I posti nelle case per anziani non bastano.

E’ l’inverno demografico. Anche nelle periferie l’allegro sottofondo del vociare dei bambini si sta spegnendo. I pochi rimasti passano le ore in splendida solitudine,  incollati alla play station e al telefonino, persi nel mondo virtuale che gli abbiamo costruito. Un silenzio sinistro scende sulle città, rotto soltanto dall’abbaiare dei cagnolini che ci tengono compagnia.

Come se qualcuno fosse riuscito a convincere il paese ad abortire in massa i propri figli.

Situazione sfuggita di mano. Chi sarà stato quell’imbecille? Nel senso latino del termine: “imbecillis”, cioè che non si regge in piedi.