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Sab, Lug
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Un mondo che ha sete

Inchieste
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Suona la sveglia e la prima cosa che fai è andare in bagno, tiri l’acqua, una lunga doccia per svegliarsi definitivamente

ed infine ti lavi i denti con lo scorrere dell’acqua del rubinetto per risciacquarsi. Tutto senza pensare che l’acqua è ormai un bene molto prezioso e che bisogna essere più oculati nel suo consumo che spesso sfocia in spreco.

Acqua ce n’è sempre meno, mentre ne servirebbe sempre di più e oltre due miliardi di abitanti del pianeta non hanno un accesso sicuro all’acqua potabile. Tra gli obiettivi di sviluppo sostenibile individuati dalle Nazioni Unite c’è quello di assicurare la disponibilità e la gestione sostenibile dell'acqua e degli impianti igienici a tutti entro il 2030.

Ci sono progressi nella giusta direzione, ma moltissimo va ancora fatto e il cambiamento climatico rappresenta una sfida ulteriore con la quale tocca fare i conti. Molti paesi si trovano in una situazione di stress idrico. Vuol dire che il rapporto tra l'acqua dolce totale prelevata e le risorse totali di acqua dolce rinnovabile supera la soglia del 25%. L'Africa settentrionale e l'Asia occidentale hanno livelli di stress idrico superiori al 60 per cento, il che indica la forte probabilità di una futura scarsità d'acqua.

L'OCSE afferma che l'uso di acqua è cresciuto più del doppio del tasso di incremento della popolazione e prevede che la domanda di acqua aumenterà del 55% a livello globale entro il 2050, a causa della produzione industriale, della produzione di elettricità e dell'aumento della domanda nel settore agricolo. Con lo scenario attuale dei cambiamenti climatici, entro il 2030, la scarsità d'acqua in alcuni luoghi aridi e semi-aridi obbligherà a spostarsi tra i 24 milioni e i 700 milioni di persone. In Israele, dove il problema della scarsità d'acqua è molto importante, si riesce a coltivare nel deserto e l'85% delle acque reflue domestiche viene purificato e riutilizzato per l'agricoltura.

La quantità d'acqua dolce a disposizione degli abitanti del pianeta sta diminuendo e le cause sono diverse: l'inquinamento (che deriva dall'impiego di pesticidi, fertilizzanti e dai rifiuti umani e industriali) e l'agricoltura che utilizza il 70% dell'acqua dolce accessibile del pianeta, sprecandone più della metà con sistemi di irrigazione inefficienti e scelte poco oculate in termini di colture. I cambiamenti climatici sono destinati a ridurre la disponibilità d'acqua in alcune zone, ma l'effetto più evidente che avranno sarà quello di far aumentare la variabilità. L'alternarsi di precipitazioni e periodi secchi non sarà più facilmente prevedibile il che aumenterà l'incertezza rispetto all'approvvigionamento d'acqua oltre a causare danni e disagi nelle popolazioni colpite da eventi estremi. I consumi di acqua dolce sono triplicati negli ultimi 50 anni. E' stato calcolato che la domanda aumenta di 64 miliardi di metri cubi all'anno. La popolazione mondiale cresce di circa 80 milioni di persone l'anno. I cambiamenti negli stili di vita e nelle abitudini alimentari degli ultimi anni richiedono un maggiore consumo di acqua pro capite. Se vogliamo avere un ruolo nella realizzazione del risparmio idrico, dobbiamo operare dei cambiamenti nelle nostre abitudini per diminuire il nostro impatto su una risorsa già scarsa come l'acqua dolce.

IMPRONTA IDRICA

Secondo waterfootprint.org, un network che ha come scopo l'uso intelligente ed equo dell'acqua dolce, per produrre 1 kg di carne bovina sono necessari 15.415 litri di acqua, rispetto ai 1.608 litri per 1 kg di pane. Tutto ciò che usiamo, indossiamo, compriamo, vendiamo e mangiamo richiede acqua per essere prodotto. Se diventassimo maggiormente consapevoli di quanta acqua "costano" le nostre scelte e i nostri comportamenti, saremmo più invogliati a risparmiarla. L'”impronta idrica” misura proprio questo: la quantità di acqua utilizzata per produrre ciascuno dei beni e servizi che usiamo. Può essere misurata per un singolo processo, come la coltivazione del riso; per un prodotto, come un paio di jeans; per il carburante che mettiamo nella nostra auto o per un'intera multinazionale. L'impronta idrica può anche dirci quanta acqua viene consumata da un particolare paese - o globalmente - in uno specifico bacino idrografico o da una falda acquifera. L'impronta idrica cinese è di circa 1070 metri cubi all'anno pro capite, il Giappone ha un'impronta di 1380 metri cubi all'anno pro capite, mentre l'impronta idrica dei cittadini statunitensi è di 2840 metri cubi all'anno pro capite. Circa il 20% di questa impronta idrica è esterna, la parte più grande si trova nel bacino del fiume Yangtze, in Cina. L'impronta idrica globale dell'umanità nel periodo 1996-2005 è stata di 9087 miliardi di metri cubi all'anno.

Le soluzioni basate sulla natura hanno il potenziale per risolvere molte delle nostre sfide idriche, ma cosa significa? Piantare nuove foreste, ricollegare i fiumi alle pianure alluvionali e ripristinare le zone umide per riequilibrare il ciclo dell'acqua. Le soluzioni sono molteplici e spaziano in vari campi. I benefici di questo approccio vanno oltre i servizi relativi all'acqua: ad esempio costruire zone umide da utilizzare per il trattamento delle acque reflue può fornire biomassa per la produzione di energia, migliorare la biodiversità e creare spazi ricreativi. Serve ancora molta ricerca e ovviamente la volontà politica per implementare azioni di questo tipo, ma certo è che, senza fare niente per cambiare le cose, quella idrica potrebbe diventare nel giro di pochi decenni l'emergenza numero uno per gli abitanti del pianeta, destinata a provocare nuove grandi migrazioni e guerre. 

Giuseppe Odetto