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Il calvario di Asia Bibi continua

Inchieste
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La Corte Suprema del Pakistan ha assolto Asia Bibi, la donna cristiana, contadina, madre di cinque figli, che nei precedenti gradi di giudizio era stata condannata a morte, accusata di “blasfemia”.

Era stata arrestata nel giugno del 2009 e da allora è sempre rimasta in carcere, più di nove anni, 3.421 giorni.

Perché?

Nel corso di una discussione con altre contadine, che cercavano di convincerla a convertirsi all’Islam, aveva chiesto che cosa avesse fatto per loro Maometto. Per questo è stata picchiata insieme a due sue figlie, denunciata e incarcerata rischiando il linciaggio di una folla inferocita al momento dell’arresto. L’anno dopo è stata condannata all’impiccagione da un tribunale del Punjab, in base alla legge che in Pakistan punisce chi offende il Profeta.

In questi anni lei è diventata suo malgrado il simbolo dei cristiani e di tutte le minoranze religiose perseguitate. C’è stata una mobilitazione internazionale; in Italia la campagna “Salviamo Asia” è stata promossa dal quotidiano Avvenire che in tutti questi anni, ogni giorno, ha continuato a pubblicare la sua foto, lanciato appelli e scritto centinaia di articoli in sua difesa. In Pakistan chi ha cercato di difenderla ha pagato con la propria vita: Salman Taseer, mussulmano, governatore del Punjiab e  Shahbaz Bhatti, ex ministro cristiano per le minoranze, sono stati entrambi assassinati.

La corte islamica che l’ha assolta ha tenuto riservato il verdetto per alcune settimane nel timore di disordini fomentati dai fondamentalisti del partito Tehreek Labbaik Pakistan e di ritorsioni sui famigliari di Asia.

Alla pubblicazione della sentenza la reazione degli estremisti islamici si è comunque scatenata. Proteste e blocchi stradali hanno paralizzato le città per alcuni giorni. I luoghi di culto e le scuole cristiane hanno dovuto chiudere i battenti per sottrarsi alle manifestazioni di vendetta. I tre giudici della Corte Suprema che hanno firmato la sentenza sono stati a loro volta minacciati di morte. I fondamentalisti ora chiedono che Asia Bibi (che è formalmente libera, ma sotto custodia delle autorità governative in una località segreta) sia inserita nella lista delle persone che non possono lasciare il Pakistan. Le stanno dando la caccia, a tutti i costi la vogliono morta.   

Se vorranno cercare di stare al sicuro, Asia e i suoi famigliari dovranno andare all’estero, sempre che ci riescano, ma anche lì dovranno vivere in incognito e con una nuova identità. Per placare le proteste ed evitare spargimenti di sangue il governo ha dovuto trovare un accordo con i fondamentalisti: il procedimento per dichiarare il divieto di espatrio è stato avviato, mentre gli accusatori della donna hanno annunciato che richiederanno la revisione del processo. Il timore è che la condanna a morte si trasformi, per vie legali o di fatto, in carcere a vita. Il calvario per Asia continua.

La decisione della Corte suprema costituisce la conferma che nella società e nei tribunali locali la legge sulla blasfemia viene utilizzata per perseguitare le minoranze religiose e per scopi politici. Ma questa sentenza in Pakistan è comunque di portata storica, forse contribuirà a far modificare questa legge per la quale le minoranze religiose vivono nel terrore.

La vita di Asia Bibi è stata finora salvata da mussulmani coraggiosi. “Ho già cominciato a ricevere minacce di morte e la mia sicurezza non è in alcun modo garantita – ha detto l’avvocato mussulmano che l’ha difesa in giudizio  e che ha dovuto cercare riparo all’estero – Ma anche se dovessero uccidermi, rifarei quello che ho fatto e continuerei a fornire aiuto legale a tutte le persone, cristiane o musulmane”.

Mian Saquib Nasir, il presidente del collegio giudicante che ha assolto la donna: “Io, come anche gli altri magistrati, amo il Profeta Maometto e sono pronto a sacrificare la mia vita per difendere il suo onore. Ma noi non siamo giudici solo per i mussulmani. Come possiamo condannare a morte qualcuno senza avere le prove? Non amiamo il profeta meno di chiunque altro e io, che non ho visto Allah, ho imparato a riconoscerLo attraverso la guida del Profeta. Forse che ora ognuno dovrà dimostrare la sua fede?”.

Il giudice di Islamabad, che ha applicato il diritto e reso giustizia, cita un “hadith” di Maometto: “Fate attenzione! Chiunque si comporta in modo crudele e duro contro un indifeso non mussulmano o viola i suoi diritti, io lo accuserò nel Giorno del Giudizio”.