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Il Becchino

Grani di sale
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Chi di voi si ricorda quando gli operatori dei cimiteri, quelli che sotterrano i morti ed ora si chiamano “Necrofori”, si chiamavano “Becchini” o anche “Beccamorti”?

Non erano appellativi di spregio, perché, secondo una leggenda, la parola nasce da un corvo addomesticato che portavano sulla spalla per adempiere al loro antico compito. Il volatile addestrato, al cospetto di un cadavere, saltava giù dalla spalliera di cuoio del padrone e andava a picchettare col becco l’ombelico del morto. Quella era la prova dell’avvenuto decesso.

Il becchino non doveva fare grandi studi, una volta bastava la terza elementare. Questa cosa del becchino mi fa pensare a quelle volte che un sacerdote, che pure ha rinunciato, per voto, a farsi una famiglia, un patrimonio per sé ed ha studiato per molti anni (almeno per me è stato esattamente così  e ne sono felice e grato), deve portare in sepoltura parrocchiani che, da vivi o nella lunga malattia, il prete non l’hanno mai cercato. Da vivi no, da morti sì. Becchino, il prete!

Vedete amici: la vita di un sacerdote è gratificante, perché nulla è più soave di predicare il Vangelo, stare vicino al  malato, comunicargli gli aiuti della Fede, educare alla speranza e all’onor  del mondo i giovani, attendere in confessionale al ministero del perdono ecc. Io, proprio per questo, ho vissuto una vita grandemente felice e le privazioni mi sono apparse un dono di Dio.

Naturalmente adempio con serenità il servizio della sepoltura per pregare per il defunto e confortare i parenti. Ma vivere una vita senza voler incontrare il Signore e poi far venire il prete perché porti via il cadavere è una cosa triste. Soprattutto per il prete che subisce una così palese contraddizione. E sente la tentazione (da vincere!) di fare l’obiettore di coscienza. 

P&N