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La prossima generazione sarà semianalfabeta?

Società e cultura
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Il quadro è a dir poco allarmante. "La dispersione scolastica implicita, cioè l'incapacità di un ragazzo/a di 15 anni di comprendere il significato di un testo scritto, è al 51%”. 

E’ questo uno dei dati che emergono in un recente studio di Save the Children sulla situazione giovanile in Italia. Siamo di fronte ad una sorta di analfabetismo di ritorno. Un numero crescente di ragazzi non riesce più a leggere e a scrivere correttamente o quanto meno a comprendere in modo sufficiente il significato di frasi in forma scritta anche molto semplici. La situazione di partenza era simile a quella dei loro nonni e bisnonni con la differenza che questi ultimi a scuola non erano proprio andati. I giovani di oggi invece in qualche modo l’obbligo scolastico lo assolvono, ma molti di loro dimostrano una palese incapacità di mettere per scritto concetti anche molto elementari. Arrivano alle soglie dell’università e talvolta persino oltre, senza riuscire a colmare gravi lacune linguistiche nella lingua italiana (… figurarsi in quelle straniere). Gli anziani che in gioventù avevano avuto la possibilità di frequentare anche solo per poco tempo la scuola mediamente conservano una maggiore capacità di lettura e scrittura, anche rispetto a giovani in possesso di titoli di studio di grado superiore.

“Abbiamo un problema con la lingua italiana - osservava già qualche anno fa la pedagogista Maria Pia Veladiano -  Un dramma perché la competenza linguistica è trasversale a tutte le discipline e l’analfabetismo funzionale, cioè il non capire quello che si legge, impedisce ogni tipo di apprendimento, impedisce l’esercizio della vita democratica, limita il pensiero, ci rende le prede ideali di ogni tipo di demagogia e pregiudizio”. 

Questo è uno degli aspetti più evidenti del fenomeno della dispersione scolastica, più o meno strisciante che si è acuita nel periodo della pandemia. Nell’ultimo biennio parecchi studenti non sono riusciti a frequentare scuola in modo continuativo o si sono limitati a partecipare alle lezioni, in presenza o a distanza,  in modo fittizio ed inutile. Il risultato è che in alcune regioni italiane i giovani non in formazione e senza impiego hanno già sorpassato i coetanei con un lavoro. Rileva il presidente di Save the Children: “in Italia più di due milioni di giovani, ovvero un giovane su cinque fra i 15 e i 29 anni, è fuori da ogni percorso di scuola, formazione e lavoro. In sei regioni, il numero dei ragazzi e delle ragazze Neet ha già superato il numero dei ragazzi, della stessa fascia di età, inseriti nel mondo del lavoro. In Sicilia, Campania, Calabria per 2 giovani occupati ce ne sono altri 3 che sono fuori dal lavoro, dalla formazione e dallo studio”. 

È una vera emergenza non solo per l’economia, ma anche per la tenuta culturale e sociale del Paese.

Come si sottolinea nello studio di Save the Children, “l'Italia è di fronte a un bivio, perché il potenziale di rigenerazione del paese, che sono i bambini, gli adolescenti e i giovani, è profondamente in crisi. I nuovi nati in un anno sono ormai meno di 400 mila, la povertà assoluta infantile, che colpisce quasi 1,4 milioni di bambini, ha raggiunto il suo massimo da quando si registra questo dato (2005), la povertà educativa accentua le disuguaglianze. La corsa ad ostacoli per i bambini inizia appena nati, pone barriere più alte nei territori maggiormente svantaggiati e continua durante il percorso di crescita”.

Il primo obiettivo entro il 2026 dovrebbe essere quello di almeno dimezzare il numero dei NEET (giovani che non studiano né lavorano) nella fascia di età tra i 15 e i 29 anni per raggiungere la media europea. In caso contrario il “sistema Italia” è destinato ad una crisi irreversibile su tutti i fronti. Fermo restando che per intanto i giovani devono prima di tutto fisicamente esistere, mentre per decenni la politica è stata quella di appiattire verso il basso la curva demografica.

Cfl