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Mar, Ago
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Qualcuno vuole sapere tutto di te

Società e cultura
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Sarà capitato anche a voi. Si entra in una pizzeria; non si fa in tempo a varcare la soglia e immediatamente il telefonino ha un sussulto.

Bip, messaggio: “ti è piaciuta la pizzeria tal dei tali?”. Segue dettagliato elenco di altre dieci pizzerie nelle vicinanze.

Altro bip: “ricordi? Un anno fa eri a Napoli, ecco le tue foto migliori”. Strane coincidenze si susseguono: cerchi quanto costa una sedia su Amazon e poi per giorni e giorni sul tuo computer compaiono sedie da tutte le parti. Incredibile: come fanno a sapere che l’anno scorso in questo stesso giorno ero a Napoli e che sto cercando una sedia?

SAPPIAMO DOVE SEI

Ebbene sì, qualcuno si sta interessando di te, vuole sapere chi sei, cosa fai e a cosa pensi. Tanto per cominciare vuole conoscere dove sei, infatti sovente te lo chiede, per “migliorare il servizio” , e tu con noncuranza dai l’ok, accetti, con un semplice clic o un tocco sul display del cellulare.

Si potrebbe leggere l’informativa sulla privacy, ma c’è da cavarsi gli occhi. Si potrebbe dire di no, cliccare “non accetto”, ma magari non ti fa andare avanti e l’app non funziona. E poi che sarà mai? Sono dati statistici, anonimi, che confluiranno insieme ad altri miliardi e miliardi di dati. A chi volete che interessi dove mi trovo e che quello entrato in pizzeria sono io?

Invece non è così. Sei proprio tu l’oggetto di curiosità. “I want you”, voglio te, come lo Zio Sam che nel celebre manifesto punta il dito verso chi lo guarda. Non importa se a seguire i tuoi movimenti h 24 non è una persona fisica, ma l’automatismo di algoritmi, sempre più sofisticati e precisi, di Google, Facebook e chissà chi altro. Alla fine sarà possibile sapere tutto di te, sicuramente molto più di qualche traccia frammentaria che distrattamente pensi di aver lasciato sul web.

Se si consultano le previsioni meteo o si utilizza una mappa non si può fare a meno di essere geolocalizzati, ma il cellulare, nostro inseparabile compagno e custode, non si ferma qui. Si racconta del caso, un po’ macabro ma verosimile, dei due telefonini di una coppia. Quotidiani spostamenti da casa verso un ospedale: lei era malata di cancro; un giorno il marito ricevette sul suo smartphone la pubblicità di un’agenzia di pompe funebri; seppe così della morte della moglie, spirata pochi istanti prima all’ospedale.

Qualche settimana fa ha fatto molto discutere una proposta del ministro per l’innovazione tecnologica: dotare tutti i cittadini di un’univoca “identità digitale”, valida sia per i rapporti con gli enti pubblici (…compresa Agenzia delle Entrate) che per le transazioni commerciali private (supermercati, assicurazioni, banche…). Apriti cielo! In realtà per il cittadino “consumatore” il profilo digitale è già ben tracciato, con buona pace di tutti i garanti della privacy, e si arricchisce ogni giorno di interessanti ed utili dettagli.

La questione riguarda sicuramente la sfera commerciale, ma non solo. Il sistema dell’informazione ruota ormai intorno alla “profilazione” dell’utenza, sul filo di un ambiguo meccanismo: ti aiuto a cercare le notizie che maggiormente ti interessano… anzi, per fare prima, le notizie le scelgo io e te le mando direttamente sul tuo telefonino. Verrà il giorno in cui solo quelle leggerai, convinto di avere una panoramica completa e aggiornata di quanto accade nel mondo intorno a te.

DATI ANONIMI?

Di recente il New York Times ha diffuso i risultati di uno studio sui dati di 12 milioni di telefonini dai quali era possibile desumere dove e quando questi apparecchi si erano spostati nell’arco di tre o quattro mesi. Apparentemente si trattava una massa informe di informazioni senza capo né coda dalle quali parrebbe impossibile ricavare l’identità dei possessori dei telefonini.

L’inchiesta voleva dimostrare che non è così. Grandi quantità di dati (i cosiddetti big data), se opportunamente trattate, riordinate ed elaborate, possono rivelare moltissime cose, non solo su un piano statistico e sociologico, ma anche sugli individui. Ci sono aziende specializzate nell’incrociare e collegare dati, a prima vista totalmente disomogenei, anche attingendo da fonti diverse, per giungere a ricostruire un quadro dettagliato non solo dell’identità dei singoli utenti, ma anche delle loro abitudini e opinioni. Una delle tecniche utilizzate si chiama “data cleansing”; consente di filtrare e mettere in relazione enormi quantità di informazioni, in funzione di utilizzi diversi rispetto a quelli per cui i dati erano stati inizialmente forniti dagli stessi utenti. E’ evidente che queste tecniche pescano a piene mani nella miniera di tracce digitali che, per lo più inconsapevolmente, lasciamo nel mondo di internet. E’ risaputo per esempio che un cellulare con sistema android, collegato al web attraverso il browser Chrome, comunica la posizione a Google centinaia di volte al giorno, senza bisogno che l’utente esegua qualche operazione.

Roba da far impallidire il più invasivo dei vecchi servizi di spionaggio e controllo sulle persone.

Tanto per fare un esempio, sarebbe possibile compilare esattamente la lista delle 100.000 ‘sardine’ che a Roma hanno riempito piazza San Giovanni: con nome, cognome, indirizzo, numero di telefono, di scarpa eccetera eccetera.

PERICOLO PER LA LIBERTÀ

Si assiste così al grande paradosso del nostro tempo: la rivoluzione digitale, partita per ampliare la sfera della conoscenza e facilitare le relazione, rischia di trasformarsi in un nuovo potentissimo strumento per soggiogare l’umanità.

Come dimostra il recente scandalo di Cambridge Analitica, che ha coinvolto Facebook, l’utilizzo di queste tecniche per incrociare i “big data” a fini politici è tutt’altro che remoto. E’ possibile per esempio individuare con precisione gruppi di elettori “indecisi” e orientare i messaggi in modo scientifico e personalizzato per convincerli a votare in un certo modo. Di più: è possibile sapere in anticipo quale percentuale di questi elettori si riuscirà a convincere e in buona sostanza predeterminare l’esito di un’elezione.

Non siamo che all’inizio; quello che sì è saputo in questi ultimi anni è forse solo la punta dell’iceberg. Come difendersi? L’impressione è che sia molto difficile. Le contromisure in materia di tutela della privacy sembrano tradursi in un nuovo e complicato sistema burocratico che non scalfisce minimamente i signori del web planetario.

Acquisire consapevolezza di quanto sta accadendo può essere un primo passo. Perché ormai, come dice Kevin Kelly, studioso di cybercultura, “se si vuole modificare il comportamento in rete delle persone, basta semplicemente alterare gli algoritmi che lo governano, che di fatto regolano il comportamento collettivo o spingono le persone in una direzione preferenziale”.