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Gio, Giu
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Quante falsità contro i pro life!

Etica
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Illogica e antiecologica è la levata di scudi contro le associazioni impegnate in iniziative concrete a tutela della maternità e della vita nascente nei consultori e negli ospedali.

In questa intervista al quotidiano Avvenire l’esperienza del CAV – Centro Aiuto alla Vita alla clinica Mangiagalli di Milano che ha aiutato migliaia di donne e ha consentito a migliaia di bambine e bambini di nascere.

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In un recente talk televisivo qualche sera fa sono state definite “molestatrici” e “terroriste”: psicologiche, s’intende. Un’immagine in cui loro, le operatrici del Centro di aiuto alla vita (Cav) della Mangiagalli di Milano non si riconoscono affatto. Non c’è un clima di scontro tra abortisti e “pro-life”, al Policlinico, uno dei due ospedali in cui nascono più bambini in Italia: 6mila l’anno. Sul numero degli aborti invece non si hanno dati. Salendo con l’ascensore fino al terzo piano della scala B, dove si trova il Cav, si è aiutati a raggiungere la sede dalle targhette che dettagliano la strada. Non una presenza clandestina, dunque. Anzi, a volere il Centro nella struttura fu quarant’anni fa un medico non obiettore, Giorgio Pardi. Una presenza poi confermata e, a quanto si dice, apprezzata dal direttore da poco andato in pensione, Enrico Ferrazzi, anche lui non obiettore. «Con Pardi c’era un accordo non scritto: le donne incinte che segnalavano difficoltà venivano mandate al Cav», esordisce la direttrice Soemia Sibillo, 48 anni, due figli, una laurea in Giurisprudenza e una “prima vita” nel campo della comunicazione e del giornalismo.

Soemia, che deve il nome a una passione del nonno materno per gli studi antichi, è “figlia d’anima” della storica fondatrice del Cav Mangiagalli, la vulcanica Paola Bonzi, scomparsa nel 2019. «Ci ha sorpreso, sì, un po’ amareggiato questo tiro al piccione sugli operatori in aiuto della vita. Noi non facciamo lavaggi del cervello. Non cerchiamo di convincere le donne con tecniche manipolatorie. Non facciamo sentire il battito fetale né usiamo parole come ‘omicidio’.. Siamo laici per statuto, accogliamo donne provenienti da tutto il mondo e appartenenti a tutte le religioni. Ascoltiamo e proponiamo un aiuto. Ecco tutto».

L’emendamento proposto da Fratelli d’Italia, che suggerisce alle Regioni la possibilità di «avvalersi di soggetti del Terzo settore che abbiano una qualificata esperienza nel sostegno alla maternità», per Soemia e le altre non aggiunge nulla di nuovo a ciò che già oggi accade. «Tanto clamore per nulla. È un testo che richiama e sottolinea quanto già stabilito dalla legge 194». Centri di Aiuto alla Vita del resto sono già presenti in numerosi ospedali italiani: quattro in Piemonte, uno in Sardegna, uno in Friuli-Venezia Giulia, tre in Sicilia, uno in Liguria, dove esistono anche tre convenzioni con le Asl. A Castrovillari, in Calabria, la convenzione con l’ospedale è ventennale. In Lombardia, oltre alla Mangiagalli, c’è un Cav all’ospedale di Vimercate e al Buzzi di Milano.

«Arrivano donne e ragazze che hanno avuto il nostro recapito da medici di famiglia, infermiere e ginecologi, perfino da operatori dei consultori pubblici», racconta Antonella Cazzadore, la consulente familiare ed educatrice professionale che da 21 anni si occupa del colloquio con le donne nel primo trimestre di gravidanza (oltre 20 al mese), previsto dalla legge, che può sfociare nella decisione di abortire oppure di tenere il bambino.

Nel suo studio, come in tutto il Cav Mangiagalli, non ci sono slogan minatori, né pupazzi di gomma a forma di feti. L’ambiente è accogliente, intimo, con divani e cuscini. «Gli assistenti sociali dei Comuni ci mandano ragazze incinte buttate fuori casa dai genitori e ci chiedono se abbiamo un alloggio di emergenza. Loro sono spaventate, assalite dai dubbi. Pensano di non poter diventare madri, ma vorrebbero tenere il bambino”, racconta Antonella Cazzadore. Eppure, secondo il dettato della legge 194, sono i consultori pubblici a dover contribuire «a rimuovere le cause che potrebbero indurre la donna all’interruzione di gravidanza». Ma non sempre – quasi mai – ne hanno le risorse o la possibilità.

Quello che dovrebbe fare lo Stato, insomma, lo fa il Cav; infermieri, medici, operatori sociali lo sanno, e per questo indirizzano lì le donne e le ragazze che esprimono dubbi o incertezze sull’aborto.

Così nel 2023 il Cav Mangiagalli ha supportato 1.445 donne, in maggioranza straniere. I bimbi nati dal 1984 a oggi sono 25.661. Uno di loro è un “parto segreto”: il terzo figlio di una italiana che si sentiva troppo povera per allevarlo. L’ha fatto nascere, ed è una bella notizia. Il bambino è andato in adozione. «Però ci si dovrebbe interrogare – conclude Sibillo –: dov’è l’autodeterminazione della donna, dov'è la possibilità di crescere i propri figli, quando lo Stato non aiuta a prendere una decisione davvero libera?». Già, dov'è?

Antonella Mariani

da Avvenire