17
Mer, Apr
98 New Articles

Il suicidio assistito non è la risposta

Etica
Typography
  • Smaller Small Medium Big Bigger
  • Default Helvetica Segoe Georgia Times

Prosegue anche in Piemonte il dibattito sulla legalizzazione del suicidio medicalmente assistito.

Su questo argomento due anni fa la Corte costituzionale aveva ritenuto inammissibile un quesito referendario, perché, “a seguito dell’abrogazione, ancorché parziale, della norma sull’omicidio del consenziente, cui il quesito mira, non sarebbe preservata la tutela minima costituzionalmente necessaria della vita umana, in generale, e con particolare riferimento alle persone deboli e vulnerabili”.

Da tempo, certamente da troppo, il Parlamento sta discutendo, senza arrivare a conclusione, su una legge sul fine vita e uno dei punti più controversi è appunto il suicidio assistito.  Come già avvenuto in occasione di altri progetti di legge su temi eticamente sensibili si è assistito a una radicalizzazione dello scontro per approdare a posizioni del tipo “o così o niente”. Ma – piccolo particolare – in parlamento e in democrazia le leggi passano, se c’è una maggioranza che le approva.

Ciò che resta del partito radicale e una fetta della sinistra stanno ora proponendo progetti di legge da far approvare nelle singole regioni per introdurre il suicidio assistito come diritto esigibile, dispensabile gratuitamente dal Servizio Sanitario Nazionale. Ma è quanto meno dubbia la competenza della regione a legiferare in materia. Addirittura in Emilia Romagna si punta ad aggirare il problema per disciplinare questa delicatissima materia con una semplice delibera, senza neanche prevedere il diritto all’obiezione di coscienza da parte del personale sanitario

Come si è visto in questi ultimi anni, il tentativo di procedere per forzature non produce risultati positivi e non fa altro che alimentare confusioni, come se in Italia ogni comune fosse una repubblica a sé. Tra l’altro in tema di suicidio medicalmente assistito e su questi iter legislativi a livello regionale l’Avvocatura generale dello Stato era già in precedenza intervenuta, di recente e in modo chiaro, sostenendo che la materia non rientra nell’organizzazione sanitaria di competenza delle regioni. Occorre quanto meno una legge dello Stato per fissare regole generali e prestazioni obbligatorie (livelli essenziali) valide su tutto il territorio nazionale.

MA CHI L’HA DETTO?

Insomma, il tutto non è così scontato come qualcuno vorrebbe far credere.  Non mancano spaccature trasversali all’interno delle forze politiche. Nella Regione Veneto (governata dal centro destra) il disegno di legge era appoggiato anche dalla sinistra, ma non è passato per un solo voto, perché una consigliera del Pd ha deciso di votare secondo coscienza (n.d.r … per ritorsione è stata immediatamente rimossa da alcuni incarichi all’interno del suo partito che un tempo orgogliosamente si definiva “plurale”).  

Medici, giuristi e diverse associazioni di volontariato, non solo quelle di ispirazione cattolica, hanno espresso forti riserve su queste vie regionali al suicidio assistito.  La proposta di legge piemontese, carente su un piano tecnico, “svela anche la sua inadeguatezza su di un piano politico, perché disattende gravemente il dovere costituzionale di solidarietà, elemento aggregante di una comunità umana. L’alternativa che il sistema sanitario italiano deve poter offrire al malato sofferente non è la richiesta di morte, ma la cura del dolore, insieme alla tutela della vita, a riprova del fatto che, per lo Stato italiano e per le sue Regioni, ogni vita umana è degna di essere vissuta e protetta”, ha sintetizzato il prof. Alberto Gambino dell’associazione Scienza & Vita al termine del suo articolato intervento nella commissione consiliare che sta dibattendo tale proposta di legge.   

Il prof. Francesco Farri, giurista del Centro studi Rosario Livatino, nel sostenere l’illegittimità delle proposte di legge regionali ha poi sottolineato che “la sentenza della Corte Costituzionale Cappato/Dj Fabo n. 242/2019, ha un ambito ben preciso, che è quello di dichiarare incostituzionale la norma che puniva in ogni caso e senza differenziazione l’aiuto al suicidio, ma non è una sentenza che istituisce un diritto al suicidio”. Il Servizio Sanitario Nazionale cioè è chiamato a “tutelare la salute e a garantire cure alle persone, mentre per definizione il farmaco suicidario non tutela la salute della persona e non la cura, bensì la sopprime”.

È giusto e opportuno che il dibattito non coinvolga solo medici e giuristi, ma anche psicologi, sociologi, operatori delle associazioni di volontariato e, perché no, anche religiosi, perché in gioco ci sono molteplici aspetti dell’esistenza. Soprattutto il rischio è che aprire altre porte al suicidio medicalmente assistito e all’eutanasia conduca all’affermazione del principio che vi siano “vite indegne di essere vissute”.  

Oltre a ciò va detto che le Regioni, prima di preoccuparsi di diritto al suicidio, dovrebbero intanto cominciare a prestare un po’ più di attenzione per esempio alle cure socio-sanitarie domiciliari e in RSA per i malati cronici non autosufficienti. Questi davvero sono diritti negati a migliaia di malati in lista d’attesa e bisognosi di cure. Questo sì rientrerebbe a pieno titolo nelle competenze regionali.  

Per una crescente fetta di popolazione sta diventando molto complicato, se non addirittura impossibile, accedere ai servizi sanitari più elementari.  Sui livelli essenziali di assistenza c’è una ben precisa normativa nazionale, in tanti punti disattesa, e in troppi, da destra come da centro e da sinistra, continuano a fare orecchio da mercante accampando problemi di bilancio… Guarda caso, quando si vuole i soldi si trovano, per cose decisamente meno importanti.

Lo stesso vale per il settore delle cure palliative e per la grave carenza di posti letto negli hospice. E questa la via principale per riuscire ad alleviare il dolore fisico ed esistenziale di una moltitudine di pazienti. Perché di questo la proposta di legge regionale non si occupa?

N.C.