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Chi vuole vivere per sempre?

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Nel 1986 i Queen, noto gruppo musicale, nella canzone “Who Wants to Live Forever?” affrontavano il tema della vita e della morte

con queste parole: Chi vuol vivere in eterno…? / Per noi non c’è scelta. / Per noi è già tutto deciso. / Questo mondo ha un solo / dolce istante a disposizione per noi.

È questa una visione molto terrena, molto comune nei nostri tempi, un po’ opportunistica, un po’ disperante e anche un po’ cinica della vita. L’essere umano è una foglia nel vento, una comparsa che recita in un copione scritto non si sa da chi, senza un senso e senza un destino. La scrittrice Michela Murgia si chiede: “C’è davvero qualcosa di naturale nel finire un’esistenza ricca e intensa, perdere i figli, i compagni e gli amici, seppellire i genitori o immaginare un mondo che vada comunque avanti in nostra assenza?”. E conclude: “Il trauma della morte si rinnova ad ogni generazione e ci interroga ancora tutti.”  (Ave Mary, 2011).

Allora la morte, o meglio il pensiero della morte, è un trauma, e noi siamo impreparati. Nella nostra società altamente tecnologica è diffuso il pensiero che la Medicina moderna sia sempre più in grado di controllare e guarire tutte le patologie, dando quasi l’illusione di diventare una scienza onnipotente. Ciò contribuisce a respingere e ad allontanare il pensiero della morte dal quotidiano delle persone, e la nostra società è sempre più disarmata.

L’esperienza della pandemia lo ha dimostrato. Il coronavirus, un essere microscopico, ha messo a nudo la nostra impreparazione ad affrontare la fragilità dell’essere umano ed ha evidenziato i limiti ancora grandi della Medicina, che pur ha già fatto tanti passi in avanti.                                                                                                                                                      

Sappiamo che si muore, si muore di morte improvvisa, in fretta, senza tempo per prepararsi, e si muore di morte lenta, con sofferenza, nelle malattie e nella vecchiaia. La morte ci pone delle domande, le grandi domande del senso. Che significato ha la vita? E perché c’è la morte? Cosa c’è dopo il nostro passaggio in questo mondo?

Il poeta Kahlil Gibran scriveva, quasi un secolo fa: “Cercate il segreto della morte nel cuore della vita, perché la vita terrena e la morte sono una cosa sola, come il fiume ed il mare”. Allora il senso della morte va cercato innanzitutto nella vita, partendo proprio dalla nostra vita. Dare un senso vuol dire vivere la nostra esistenza con forte impegno e responsabilità in ogni tempo, nelle esperienze, nelle relazioni, nei traguardi raggiunti, ma anche nei fallimenti e nelle sconfitte, nei periodi di salute e nei tempi della malattia.

IL PERCORSO DELLA VITA

Avvicinarsi al morire non è facile, anzi è difficile e impegnativo. Ci si addentra nell’ignoto, nel mistero, nel sacro, in una sacralità laica, ancora prima che religiosa, riconosciuta da tutte le culture, una sacralità a cui dobbiamo avvicinarci a piedi scalzi e in silenzio. Accostarsi alla morte e ai morenti è così difficile perché la loro situazione è molto complessa.

I malati gravi ci inquietano perché in essi possiamo vedere, come in uno specchio, la nostra fragilità e i nostri limiti. Stare loro accanto è una scelta faticosa, ma possibile e paradossalmente è una scelta molto vitale.                                                                                              

Conoscendo meglio le persone malate ci accorgiamo che hanno delle paure, dei bisogni e fanno delle domande, tutti sentimenti che possono travolgere chi è vicino. Ciascuno di noi, pensandosi un domani nella stessa situazione, può desiderare di allontanarsi. Le paure più grandi dei malati sono la sofferenza e l’abbandono; poi hanno paura del futuro, della solitudine, del peso per la famiglia, e poi della morte. I malati hanno bisogno di cure e di assistenza, di sapere che possono affidarsi con sicurezza agli altri, senza il timore di essere abbandonati. Hanno bisogno di rafforzare i legami con le persone care.   

IL RIMEDIO NON È LA FUGA

Sono situazioni difficili, le persone sane tendono a scappare e dicono, quasi scusandosi: “mi fa stare troppo male, non so cosa dire, non so cosa fare…”.

Così succede che i famigliari di persone malate a volte raccontano, con sofferenza, di essersi sentiti soli nei momenti più difficili, con amici e parenti scomparsi fino al giorno del funerale. Sul dire e sul fare il più delle volte non è necessario dire niente, e neanche fare niente, ma semplicemente stare, esserci, cioè farsi compagni di viaggio.

Ciò può dare spazio anche in noi a riflessioni personali molto profonde su come affrontare il nostro presente e il nostro futuro. E l’accompagnamento diventa così uno scambio, un dare e un ricevere continuo.  

Penso sia anche importante ricordare che, se ci sono malattie inguaribili, non ci sono malati incurabili. I malati sono sempre curabili, hanno sempre bisogno di cure, di presenze, di attenzioni. Quando ci dicono che per un malato non c’è più niente da fare si possono ancora fare tante cose.

Un ruolo chiave nell’accompagnamento e nell’assistenza dei malati in fase terminale è svolto dai medici di famiglia e dagli operatori delle Cure Palliative, per sollevare i malati da ogni possibile sofferenza. Ma ci sono gesti e presenze che sono essi stessi una cura. “Anche se sei malato e se hai poco tempo per vivere tu sei nel mio cuore, e io ho cura di te”. È un messaggio che spezza già la solitudine.  

UNO SPAZIO PER LA SPERANZA

Per i malati, anche quando la speranza di guarire non è più possibile, restano altre speranze. La speranza di vivere ancora un po’ di tempo. La speranza di stare un po’ meglio. La speranza di realizzare piccoli obiettivi quotidiani: stare alzato qualche ora di giorno, dormire la notte, non avere dolore, fare una piccola passeggiata, incontrare una persona cara. La speranza di riallacciare una relazione interrotta. La speranza di trovare un senso a questa situazione e a questa sofferenza, di riuscire a guardare più in alto.  

Per i familiari del malato la speranza e la consolazione più grandi sono mirate a offrire una buona assistenza dando tutto il meglio possibile, con i limiti umani che ogni situazione concreta pone. Dopo aver seguito come medico migliaia di malati e di famigliari nel percorso della terminalità porto in me una certezza: tutto l’amore che i famigliari e gli amici hanno posto nell’accudire, assistere, accompagnare il congiunto malato fino alla fine è il dono più grande.

È un bene immenso che la sconfitta della morte non può annientare, che la separazione dalla vita terrena non cancella, un bene che riscatta tutti i sacrifici, le lacrime, il dolore attraversati.

Dott.ssa Felìcita Mosso