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Lun, Giu
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A Dio e a Cesare

Etica
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- di don Fabrizio Ferrero  -
Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini”: riascoltare tra le letture delle domeniche di Pasqua questa perentoria affermazione di Pietro suona imbarazzante all’approssimarsi delle elezioni.

I motivi sono almeno due. Da un lato, il fanatismo di terroristi islamici che ogni anno compiono stragi (l’ultima con oltre trecentocinquanta morti nello Sri Lanka) ha gettato un’ombra di cupo sospetto sulle religioni, alimentando l’idea che siano solo fonte di male. Dall’altro, la deriva illuminista di matrice anti-cattolica, che ha saturato la cultura europea fin nelle istituzioni; ha preteso di relegare la fede ad una mera questione di coscienza, un fatto privato e niente più.

L’imbarazzo svanisce quando si aprono gli occhi: perché non è vero che tutte le religioni e gli atteggiamenti per viverle sono uguali (c’è una differenza tra chi ruba la vita uccidendo per imporre una fede e chi invece dona la propria morendo in croce per amore) e soprattutto perché chi agisce nella vita pubblica porta avanti programmi che ha accettato o maturato in coscienza. Anche un politico ne ha una. Non riconoscere alla coscienza e alle sue questioni una rilevanza pubblica denota una grave miopia.

Che ci siano “leggi non scritte degli dèi, quelle leggi che non solo oggi o ieri, ma sempre vivono” e che debbano presiedere a quelle umane ne era convinta già Antigone, protagonista dell’omonima tragedia di Sofocle andata in scena nel V sec. a.C. Accettandone la punizione, ella trasgredisce i decreti del tiranno Creonte, convinta che nessuna forza possa abrogare quella delle leggi divine. Un pensiero, questo, che ha attraversato la storia, fondato sul fatto che Dio è il vero nome del Bene, della verità e della giustizia e contando martiri come Tommaso Moro in epoca moderna o molti partigiani nel ventesimo secolo. In effetti, quando tra me e te viene a mancare un terzo – come lo sono la verità, la giustizia e il bene – un terzo che trascende me e te, che non si mette ai voti, e davanti al quale io e te dobbiamo rispondere, allora si apre la strada alle dittature: perché ogni potere detta leggi, ma non è detto che tutto ciò che è stabilito come legge sia giusto. La schiavitù o le leggi razziali lo testimoniano. È piuttosto ciò che è giusto che dovrebbe essere tradotto in leggi.

Da questo punto di vista, è evidente quanto gravoso e nobile sia l’impegno politico: sia per chi con generosità è pronto a candidarsi, sia per chi accoglie responsabilmente il dovere civico di votare. Onorare il vero, il giusto e il bene richiede sacrificio, passione, creatività e onestà. Il fatto che la storia abbia registrato comportamenti meschini di talune persone non sfiora per nulla la nobiltà dell’impegno: anche il sole riflesso dal fango continua a brillare limpido nel cielo, per nulla sporcato, pronto a donare luce a chi con trasparenza vi si faccia illuminare.

In prossimità degli eventi elettorali, come peraltro dovremmo fare ogni giorno del nostro vivere insieme, cerchiamo allora di informarci con serietà sulle questioni che attengono il bene comune e soprattutto di resistere a due grandi tentazioni: l’una, quella di appoggiare chi sfascia i valori cristiani, ritenendo che altre siano le cose più urgenti o più importanti o che tutto si possa e si debba barattare. L’altra, quella di mettere tra parentesi coscienza e fede come se fossero questioni accessorie. Pensare di risolvere grandi questioni con piccole risposte sarebbe come credere che basti una raccolta differenziata a tutelare l’ambiente, dimenticando che un mondo pulito popolato da cuori marci resta inquinato nel profondo.

Si tratta di “salire” alla politica, più che “scendere” come in uno sport; di onorare il vero, il giusto e il bene con un impegno leale e collaborativo, più che corporativista. Richiede uno sforzo di rispetto e di lungimiranza da parte di tutti. Come buoni cristiani e perciò come onesti cittadini, secondo la lezione di don Bosco, noi credenti possiamo fare molto. Per Cesare e per Dio. Essere giusti significa saper dare a ciascuno il suo.

d. Fabrizio Ferrero

Parroco di S. Edoardo Re